Ci confrontiamo con un evento epocale: il 7 aprile 1946, ottant’anni fa, a Milano si svolsero le prime elezioni libere con il suffragio universale. Nelle circa 900 sezioni cittadine l’affluenza aveva quasi raggiunto l’80%. Sei le liste in campo, espressione di comunisti, democristiani, repubblicani, socialisti, liberali con la Lista Madonnina ed esercenti, questi ultimi organizzati in un proprio partito. Comunisti e socialisti, pur presentandosi separatamente, avevano sottoscritto un programma comune.

Milano intera restava attraversata da una profonda inquietudine. La città era ancora segnata dal ricordo delle stragi e delle rappresaglie tedesche, dalle iniziative sporadiche ma allarmanti di gruppi fascisti che piazzavano ordigni, e dalla rivolta di esponenti della Repubblica Sociale Italiana incarcerati a San Vittore, esplosa mentre il corpo di Mussolini era ancora sepolto a Musocco. Sullo sfondo riaffioravano le immagini dell’offensiva alleata sull’Appennino e della fitta trama clandestina dei CLN rionali nella cintura operaia. Era una città formalmente liberata, ma ancora sospesa tra la memoria dolorosa della guerra e la fragilità della pace. Forse anche per questo l’affluenza alle urne, contrariamente a quanto esaltato dalla stampa e dai cinegiornali locali, non fu piena: un segnale silenzioso di una popolazione che stava ancora cercando di ritrovare stabilità dopo il trauma.

Nei mesi che precedettero il voto la parola “ricostruzione” fu senza dubbio la più ricorrente nel lessico pubblico, mentre proseguiva lo sgombero delle macerie lasciate dai bombardamenti. Accanto agli interventi più urgenti, si discuteva già di progetti simbolici e strutturali: dalla ricostruzione dei padiglioni della Triennale, alla riapertura della Fiera di Milano, fino a ipotesi più avveniristiche, come l’avvio dei cantieri per la prima metropolitana cittadina. Il mese precedente era rientrato in Italia Arturo Toscanini, il grande maestro esule negli Stati Uniti dopo il rifiuto di dirigere Giovinezza.

Domenica 7 aprile 1946 è una di quelle date da scolpire nella storia della nostra città. Il cammino per il suffragio femminile in Italia era stato il risultato di una lunga battaglia culturale e politica, portata avanti da figure come Anna Maria Mozzoni, Maria Montessori e Anna Kuliscioff a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. Bisognerà però attendere il 1º febbraio 1945, quando un decreto legislativo luogotenenziale riconobbe alle donne sopra i 21 anni il diritto di voto, dopo un dibattito marginale nel Consiglio dei ministri di un’Italia ancora per metà occupata dal potere tedesco. Restava esclusa l’eleggibilità, ottenuta grazie alle pressioni dell’UDI solo con un decreto del 10 marzo 1946, che estese il diritto di elettorato passivo alle donne sopra i 25 anni.

Una conquista epocale che proprio nel 2026 vedrà numerose celebrazioni in tutto il paese per l’ottantesimo anniversario del suffragio universale e, a giugno, l’ottantesimo anniversario della nascita della Repubblica e dell’elezione dell’Assemblea costituente. Al momento sappiamo che nel 1946 furono dodici le sindache elette a capo di amministrazioni comunali, un numero destinato probabilmente a crescere con il proseguire delle ricerche d’archivio: fino a dieci anni fa se ne conosceva circa la metà. Si tratta di donne profondamente diverse per età, formazione ed esperienze. Accanto a figure colte come Elisa Carloni (1889), prima sindaca in Toscana e autrice di diverse pubblicazioni, troviamo amministratrici giovanissime come Caterina Tufarelli (1922), prima sindaca in Calabria. Alcune portavano con sé un solido retroterra politico e antifascista, come Anna Montiroli Coccia, già esule in Francia e poi prima sindaca nel Lazio, oppure Ada Natali, prima sindaca nelle Marche, cresciuta in una famiglia politicamente attiva e segnata in prima persona dalla repressione del regime.

Ma ecco arrivare i primi risultati: il 12 aprile 1946 vengono ufficializzati i consensi raccolti dalle liste cittadine: PSIUP 36,2%, DC 26,9%, PCI 24,9%, seguiti da liberali, repubblicani e liste civiche. Due giorni dopo sono resi noti anche i voti di preferenza e quella stessa mattina si proclamano i primi consiglieri e le prime consigliere comunali. Oggi fa impressione pensare che le elette siano solo quattro su ottanta: Maria Caldara (PSIUP), Adele Capelli Vegni (DC), Giovanna Boccolini Barcellona e Maria Carnevale (PCI). Nasce così una maggioranza tripartita: Antonio Greppi (PSIUP) è confermato sindaco; al PCI viene assegnata la vice sindacatura con Piero Montagnani; la rappresentanza democristiana è guidata da Luigi Meda, assessore allo Stato civile.

Martedì 14 maggio 1946, alle ore 21, nella sala del Gonfalone del Castello Sforzesco si apre la prima seduta del rinnovato Consiglio comunale di Milano. Chi sono i nuovi consiglieri comunali eletti e soprattutto le nuove consigliere elette in questa giornata storica? Quali i loro percorsi biografici? Cosa li accomuna e cosa li divide? Nella seconda parte proveremo a tracciarne una radiografia biografica, ricostruendo profili, storie e traiettorie del primo Consiglio comunale della Milano liberata.