Il 15 gennaio 1945, l’ultimo convoglio merci carico di ebrei e di oppositori politici lasciava i sotterranei della Stazione Centrale di Milano: destinazione Bolzano. Dalla prima partenza, avvenuta il 6 dicembre 1943, erano trascorsi poco più di un paio d’anni durante i quali una ventina di “convogli speciali” avevano rapito dalla nostra città migliaia di ebrei e prigionieri politici: partigiani e lavoratori antifascisti.
Gennaio è anche il mese del Giorno della Memoria. Ma il 27 gennaio concorrono due ricorrenze distinte: una internazionale, istituita dall’ONU nel 2005, e una nazionale, introdotta in Italia cinque anni prima. Gli scopi di queste giornate hanno specifiche peculiarità e talvolta, nella liturgia pubblica, a partire dalla denominazione, vengono confuse. Queste righe invitano a guardare quella complessità in modo critico e a farne qualcosa di vivo, non solo di rituale. Per portare questo ragionamento più vicino alla nostra esperienza, guarderemo proprio al territorio del Municipio 7 di Milano. Entro i suoi confini, secondo le ricerche storiche in aggiornamento, risultano 56 le persone decedute in seguito alla deportazione nel sistema concentrazionario tedesco.
Le prime deportazioni, in senso cronologico, non ebbero luogo in città e non coinvolsero ebrei od oppositori: furono migliaia i militari italiani, di ogni grado, catturati in Italia e sui fronti di guerra nei giorni immediatamente successivi all’8 settembre 1943. Questi uomini si trovarono travolti dagli arresti imposti dalla Wehrmacht, che allora pretendeva, a costo della vita, un’assoluta sottomissione: chi non cedeva al ricatto veniva classificato come Internato Militare Italiano (IMI), uno status imposto da Hitler e considerato inferiore a quello di prigioniero. Tra le lapidi e i monumenti abbiamo individuato 13 caduti, molti di loro deceduti per le conseguenze dei lavori forzati a cui sono stati sottoposti nei lager.
Altra causa di deportazione è legata alle persecuzioni razziali: dove risultano 12 civili residenti nel Municipio 7 di Milano, arrestati e deportati già entro la fine del 1943. I primi arresti avvennero nelle zone prossime al confine svizzero, via di salvezza per molti: qui fu fermato Cesare Finzi, i membri delle famiglie Latis e Goldschmiedt, tutti residenti tra le zone Fiera e Washington. Le SS, coordinate a Milano dall’Albergo Regina e Metropoli, raggiunsero invece direttamente le Case Minime di Baggio, in via delle Forze Armate, tra il 4 e il 5 dicembre 1943 per arrestare i componenti di due nuclei della famiglia Varon. Quasi tutti loro furono inizialmente trattenuti a San Vittore, vero e proprio campo di concentramento milanese, e quindi deportati dalla Stazione Centrale ai campi di sterminio, in particolare Auschwitz.
La terza e più consistente causa di deportazioni per i cittadini milanesi fu l’opposizione politica: 31 persone residenti negli attuali confini del Municipio 7 furono deportate e morirono nei campi per questo, tra loro una donna. Il primo arresto avvenne nel Quadrilatero di San Siro, dove il quarantenne Luigi Luinetti fu prelevato dalla polizia politica in borghese il 27 novembre 1943, accusato di attività antifascista, anche per aver partecipato agli scioperi dell’Isotta Fraschini del marzo precedente. Deportato a Mauthausen, morì in condizioni atroci all’inizio del 1945. La sua storia simboleggia quanto fossero esposti al pericolo, perfino per il solo libero pensiero politico, le donne e gli uomini di allora. Tra quei 31 deportati, deceduti per ragioni politiche, oltre a Luinetti altri 9 furono arrestati per il loro coinvolgimento negli scioperi di fabbrica del marzo 1944. 9 pagarono con la deportazione il loro impegno antifascista, anche quando si trattava “solo” di ospitare riunioni, custodire informazioni compromettenti o diffondere stampa clandestina. I restanti 12 furono catturati per attività Resistenziali, in città e fuori, sorpresi mentre compivano azioni di sabotaggio o trovati in possesso di armi.
Tutto questo è il Giorno della Memoria: istituito in Italia nel 2000, fu fissato al 27 gennaio dopo un confronto tra diverse proposte: il 16 ottobre, data del rastrellamento del Ghetto di Roma del 1943, e il 5 maggio, Anniversario della Liberazione di Mauthausen del 1945. Prevalse il 27 gennaio, giorno della liberazione di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa, divenuto simbolo universale dello sterminio ebraico. La stessa data è stata poi adottata nel 2005 dall’ONU con il nome di Giornata internazionale di commemorazione delle vittime della Shoah.
Invito a vivere questa complessità oltre la retorica. Le Pietre d’inciampo posizionate tra il 2019 e il 2025 ce lo ricordano ogni giorno, nel Municipio 7 se ne contano già 25 (12 dedicate a vittime delle persecuzioni razziali e 13 a oppositori politici). Il Giorno della Memoria non è solo commemorazione: è celebrazione di scelte di vita, richiamo alla responsabilità collettiva e al dovere di riconoscere coloro che, con esperienze differenti, si opposero al progetto di sterminio, anche contribuendo a salvare vite.
Protagonista di questa Giornata è il valore universale dei diritti umani, tra cui il diritto alla Resistenza contro l’oppressione: radicato già nelle Dichiarazioni di fine Settecento. Solo così la memoria può diventare un atto politico, perché orienta il modo in cui una comunità interpreta il proprio agire. Per questo va trasformata in prassi: la commemorazione non può limitarsi al rito simbolico, ma deve essere resa quotidiana, globale e soprattutto inclusiva.
Un articolo molto interessante, lo farò leggere agli alunni di quinta.
Grazie, Giorgio!