In polacco l’Italia non si chiama Italia, ma Włochy, e gli italiani sono i Włosi (si pronuncia “vuosci”).

Quest’estate la Polonia è diventata il secondo Paese straniero in cui ho trascorso più giorni nella mia vita: ben 16, contro i 21 del Giappone. Eppure, c’è qualcosa in questa terra e nel suo popolo, forse in questo preciso momento storico, che mi fa sentire a casa. Una sensazione difficile da spiegare. Così mi sono chiesto: è solo suggestione o esiste davvero un legame più profondo? Tra storia, cultura e coincidenze inaspettate, ho scoperto ben dieci fili che intrecciano idealmente Italia e Polonia. Buona lettura!

1. INNI NAZIONALI – Partiamo dalla coincidenza forse più nota e affascinante: nei nostri inni nazionali ci menzioniamo a vicenda! Nel Canto degli Italiani di Mameli e Novaro, la quinta strofa evoca la Polonia, oppressa e spartita tra le grandi potenze: «Il sangue d’Italia, il sangue polacco, bevé, col cosacco». Il «cosacco» richiama l’Impero russo, mentre l’Austria è l’altra grande potenza indicata nel testo: due popoli, gli italiani e i polacchi, senza uno Stato unitario, accomunati dalla lotta contro il dominio straniero. Nel Mazurek Dąbrowskiego, invece, l’Italia è il luogo da cui parte il sogno di rinascita polacco: «Marcia, marcia, Dąbrowski, dalla terra italiana (włoskiej) alla Polonia». L’inno fu scritto da Józef Wybicki nel 1797 a Reggio Emilia per le Legioni polacche del generale Jan Henryk Dąbrowski, che combattevano in Italia con Napoleone. La speranza polacca nasce così in Italia, mentre la causa polacca ispira quella italiana.

2. BONA SFORZA – Il legame parte molto più indietro nel tempo e ha il volto di una donna. Nel 1518 Bona Sforza, nata a Vigevano nel 1494 e cresciuta tra Milano, Napoli e Bari, sposò a Cracovia il re di Polonia Sigismondo I il Vecchio. Con lei arrivarono alla corte polacca artisti, architetti, umanisti e abitudini della cultura rinascimentale italiana. Bona contribuì così profondamente alla trasformazione della corte da diventare una delle figure simbolo del Rinascimento polacco. A Bari, dove la famiglia Sforza aveva il proprio ducato e dove Bona rientrò nel 1556, dopo quasi quarant’anni in Polonia la sua memoria sopravvive ancora: nella Basilica di San Nicola, dove è sepolta, e nella suggestiva Grotta della Regina, sulla costa di Torre a Mare, che la tradizione indica come uno dei luoghi prediletti dalla regina per i suoi bagni [si ringrazia Corrado Angione per la segnalazione dei luoghi baresi].

3. IL RINASCIMENTO – Nel Cinquecento l’arte e l’architettura italiana esercitarono una forte influenza sulla Polonia, contribuendo alla nascita del Rinascimento polacco. Alla progettazione del Castello del Wawel di Cracovia e della sua Cappella di Sigismondo lavorarono numerosi artisti e architetti italiani, tra cui il celebre Bartolomeo Berrecci. Anche la cucina conserva una curiosa traccia italiana: alla corte di Bona arrivarono prodotti e abitudini italiane e il termine polacco włoszczyzna (si pronuncia “vuoscesna”) letteralmente «italianità», indica ancora oggi il classico insieme di verdure utilizzato nella cucina polacca. E il filo continua anche nel Settecento: alla corte di Varsavia, il re Stanislao II Poniatowski riuniva artisti e intellettuali nelle celebri Cene italiane, sul modello dei salotti illuministi europei. Poi c’è la pittura: dalla Dama con l’ermellino di Leonardo, oggi a Cracovia, a Bernardo Bellotto, nipote e allievo di Canaletto, che nel Settecento si trasferì a Varsavia e ne dipinse strade e palazzi con straordinaria precisione. Le sue vedute sarebbero diventate preziose anche per la ricostruzione della città dopo la guerra.

4. QUO VADIS? – A proposito di arte, il capolavoro della letteratura polacca Quo Vadis?, scritto dal Premio Nobel Henryk Sienkiewicz, è ambientato nella Roma antica di Nerone ed è il frutto del profondo interesse dello scrittore per l’Italia e per la sua storia. I nostri mondi culturali si sono così incontrati e intrecciati nel tempo, dando vita a un dialogo artistico ricco e profondo: l’immaginario italiano ha spesso rappresentato per gli artisti polacchi una fonte inesauribile di ispirazione, mentre le loro opere hanno contribuito a far conoscere e apprezzare in Italia la straordinaria ricchezza della cultura polacca.

5. DUE RISORGIMENTI – Nell’Ottocento l’Italia combatteva per costruire uno Stato nazionale unitario; la Polonia, dopo le spartizioni del Settecento, per tornare a esistere come Stato indipendente. Due percorsi diversi, ma alimentati dalla stessa idea di nazione, libertà e autodeterminazione. Giuseppe Mazzini guardava alla causa polacca come a una causa sorella di quella italiana e nel 1834, insieme a esuli polacchi e tedeschi, fondò a Berna la Giovine Europa: un’alleanza tra popoli che immaginava un continente di nazioni libere, unite non dalla forza degli imperi ma dalla solidarietà reciproca. Nel 1863 il garibaldino Francesco Nullo partì per combattere al fianco degli insorti polacchi contro l’Impero russo e morì a Krzykawka, dove è tuttora sepolto. Due Risorgimenti diversi, ma una stessa idea: nessun popolo può essere davvero libero senza la libertà degli altri.

6. DUE RESISTENZE – La Polonia, tornata indipendente nel 1918, fu invasa dalla Germania nazista il 1° settembre 1939 e dall’Unione Sovietica il 17 settembre, venendo nuovamente occupata e spartita. Dalla distruzione dello Stato nacque una straordinaria struttura clandestina: il Governo polacco in esilio e lo Stato clandestino polacco, che arrivò a organizzare scuole, tribunali, stampa e servizi sociali. Il suo braccio militare, l’Armia Krajowa, divenne una delle più grandi organizzazioni della Resistenza europea. Anche in Italia, dopo l’8 settembre 1943, nacque una Resistenza articolata contro l’occupazione tedesca e il fascismo. Due esperienze diverse, ma accomunate dalla lotta per la liberazione. Il momento più drammatico per la Polonia fu senz’altro la Rivolta di Varsavia, iniziata il 1° agosto 1944: per 63 giorni la popolazione e l’Armia Krajowa combatterono contro i tedeschi, mentre l’aiuto sovietico non arrivò. La rivolta fu soffocata nel sangue e Varsavia sistematicamente distrutta.

7. I SOLDATI POLACCHI – Il 2º Corpo polacco, comandato dal generale Władysław Anders, combatté nella campagna d’Italia al fianco degli Alleati. Il 18 maggio 1944 furono proprio i soldati polacchi a conquistare le rovine dell’abbazia di Montecassino, dopo mesi di combattimenti e con un prezzo altissimo di vite umane. Ma il loro percorso non finì lì: combatterono sull’Adriatico, conquistarono Ancona nel luglio 1944, parteciparono alla battaglia sulla Linea Gotica e il 21 aprile 1945 entrarono a Bologna, contribuendo alla liberazione della città. Ancora oggi l’Italia conserva numerose testimonianze di quella presenza, dai cimiteri militari polacchi di Montecassino, Loreto e Bologna ai monumenti lungo il percorso del 2º Corpo. Anders morì a Londra nel 1970, ma volle essere sepolto in Italia, accanto ai suoi soldati. Riposa oggi nel cimitero militare polacco di Montecassino.

8. POLSKI FIAT 126p – L’automobile che diventò il simbolo della Polonia socialista era italiana. Il Polski Fiat 126p, affettuosamente chiamato Maluch (“piccolo”), nacque da un accordo di licenza tra la Fiat e lo Stato polacco: Varsavia voleva motorizzare il Paese e acquisire tecnologia occidentale, mentre l’azienda italiana trovava nella Polonia un importante partner industriale e un nuovo mercato. La produzione iniziò nel 1973, nello stabilimento di Bielsko-Biała, e dal 1975 anche a Tychy. Alla fine della sua lunga storia produttiva ne sarebbero stati costruiti oltre 3,3 milioni di esemplari. Negli anni Settanta e Ottanta diventò per milioni di polacchi il simbolo concreto dell’ingresso nella società dei consumi: possedere un’auto significava poter viaggiare, andare al mare, raggiungere la famiglia e conquistare un piccolo spazio di libertà in una società segnata dalla scarsità. Piccolo, spartano e spesso acquistato dopo anni di attesa, il 126p entrò nelle case e nelle fotografie di famiglia, diventando parte della vita quotidiana di un’intera generazione. Era italiano nella tecnologia, ma profondamente polacco nella memoria.

9. GIOVANNI PAOLO II – La cristianizzazione della Polonia viene tradizionalmente fatta risalire al battesimo del duca Mieszko I nel 966. Nei secoli successivi il cattolicesimo divenne una componente fondamentale dell’identità polacca, soprattutto quando il Paese scomparve dalle carte geografiche e, più tardi, durante il regime comunista. La Chiesa rappresentò così anche uno spazio di conservazione della lingua, della cultura e della memoria nazionale. In questo intreccio emerge Karol Wojtyła, eletto papa nel 1978 con il nome di Giovanni Paolo II. Il suo primo viaggio in Polonia, nel 1979, ebbe un enorme impatto sulla società e contribuì al clima culturale e sociale nel quale, appena un anno dopo, sarebbe nata Solidarność. E qui il filo diventa letteralmente naturalmente italiano: Wojtyła visse a Roma per quasi ventisette anni e, alla sua morte nel 2005, fu sepolto nelle Grotte Vaticane e, dopo la canonizzazione, nella Basilica di San Pietro a Roma.

10. UNA STORIA SENZA GUERRE – E arriviamo all’ultimo punto, il più semplice, ma anche a quello che oggi mi sembra più evocativo. Italia e Polonia non si sono mai dichiarate guerra l’una contro l’altra. In una storia europea fatta di invasioni, confini cambiati e rivalità, non è affatto scontato. Quando la Polonia tornò indipendente nel 1918, l’Italia fu tra i primi Paesi a riconoscerla diplomaticamente e le relazioni ufficiali furono stabilite nel 1919. In quel momento c’era in Polonia anche un italiano, futuro arcivescovo di Milano, destinato a diventare papa: Achille Ratti, inviato come visitatore apostolico nel 1919 e poi nunzio. Rimase a Varsavia anche durante l’avanzata dell’Armata Rossa nella guerra polacco-sovietica.

Forse è proprio questo il filo che attraversa tutta la storia che abbiamo ripercorso: Italia e Polonia si sono incontrate molto più spesso di quanto si siano combattute. Regine, artisti, patrioti, soldati, automobili, fede e cultura raccontano una relazione fatta soprattutto di scambi e solidarietà. E mentre i venti di guerra tornano a soffiare sull’Europa, forse non è una coincidenza da poco. In un continente che troppo spesso ha costruito la propria storia sui conflitti, avere una storia comune fatta soprattutto di incontri è qualcosa da ammirare e ricordare.