Il 19 luglio 2026 si è svolta a Mare Culturale Urbano, la Pastasciutta Antifascista organizzata dall’ANPI “Attilio Clerici” di Quarto Cagnino e da altre importanti realtà del quartiere. Grazie agli organizzatori ho avuto la possibilità di portare un breve pensiero in apertura, che ritenevo importante trascrivere qui a futura memoria. 

Grazie a tutte e a tutti, spesso capita, nelle conferenze o durante le lezioni, di ricordare che se il 25 aprile 1945 rappresenta il compimento della Resistenza italiana (il momento in cui da Milano il potere viene assunto dal Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) allora il 25 luglio 1943 ne è, in un ideale calendario civile, la data di nascita. In un certo senso, lo è persino più dell’8 settembre 1943, che pure segna l’avvio formale e drammatico della Resistenza come fenomeno storico e militare, con il crollo degli equilibri istituzionali e l’inizio dell’occupazione tedesca. Con la l’arresto di Mussolini e l’avvio del governo Badoglio, gli antifascisti in clandestinità tornano a tessere la trama di una nuova Italia, dando vita al Comitato delle opposizioni che raccolgono le diverse culture politiche antifasciste.

Il 25 luglio, attorno alla cui data celebriamo con la Pastasciutta di questa sera, rappresenta una cesura: nei giorni successivi, i festeggiamenti e le richieste di pace si diffondono, incontrando però una durissima risposta repressiva, codificata nelle direttive militari della draconiana “Circolare Roatta” che autorizzano l’uso della forza delle armi contro ogni manifestazione di dissenso. In questo quadro voglio ricordare due città chiave. Bari, il 28 luglio 1943, una manifestazione pacifica di studenti e cittadini che chiedono la pace viene affrontata da reparti armati: la repressione si traduce in un eccidio, con giovani fermati e uccisi da forze del Regio Esercito e da elementi ancora legati al fascismo. Nello stesso giorno, a Reggio Emilia, presso le Officine Meccaniche Reggiane, migliaia di operai scendono in sciopero e sfilano per chiedere la fine della guerra; di fronte a lavoratori disarmati, un reparto militare apre il fuoco, uccidendo nove persone e ferendone decine.

Anche nel nostro Municipio, in quei giorni, la storia nazionale incrocia la storia locale: qui si registra il primo caduto della Resistenza locale, Virginio Donati, operaio di San Siro, assassinato mentre rientra a casa dalle manifestazioni del 26 luglio. A questa figura si lega idealmente quella di Anna Gentili, che sarà tra le animatrici dei Gruppi di Difesa della Donna nel quadrilatero di San Siro e che, proprio quel giorno, guida il popolo sui carri armati del Regio Esercito a Milano, in un episodio di cui è stato testimone Pietro Ingrao.

Dentro queste vicende si colloca una delle testimonianze più alte per ricordare oggi lo scrigno narrativo della Resistenza: un libro insieme prezioso e tragico, che dovremmo tutti avere letto almeno una volta. Si tratta della storia dei fratelli Cervi, narrata da Alcide Cervi e raccolta da Renato Nicolai nel volume “I miei sette figli”, divenuto un classico della memoria resistenziale, capace di far emergere con straordinaria forza il nesso fra famiglia lavoratrice contadina, coscienza civile e scelta antifascista nella più progredita campagna reggiane. In questa occasione vorrei richiamare due passaggi di quel libro, che descrivono come pochi altri il valore della famiglia, della responsabilità educativa e del coraggio condiviso, e che ci aiutano a comprendere il clima e il senso di quel 25 luglio 1943.

Il primo passaggio si trova al capitolo secondo, intitolato “Politica e Teatro”, ed è il ricordo del simbolico mappamondo. Il brano recita: “Così Aldo andò a Reggio e comprò un Landini 50, con quello venne fino a casa, e imboccò la strada nostra tra gli sguardi di tutti i vicini. Molti andavano appresso, altri correvano per rivederlo passare e guardare bene i cingoli e gli ingranaggi, per avere cognizione. Aldo salutava tutti in cima al trattore, e teneva vicino un mappamondo, che girava e rigirava secondo le buche. – Porto a spasso il mondo, diceva allegro, e voleva far capire che il progresso tecnico si può fare se si guarda anche fuori dal campo, se si hanno gli occhi sul mondo. Ma voleva dire, anche, che i lavoratori erano destinati al mondo, come il mondo è destinato ai lavoratori”. In queste parole troviamo il primo profondo intreccio tra la dimensione locale del lavoro e la sua dimensione nel compimento internazionale dell’impegno di comprensione.

L’altro brano è strettamente legato al 25 luglio 1943 e ci ricorda com’è nata la “pastasciuttata” che stiamo condividendo oggi. Il capitolo si intitola “Dal 25 luglio all’arresto” e racconta: “Il 25 luglio eravamo sui campi e non avevamo sentito la radio. Vengono degli amici e ci dicono che il fascismo è caduto, che Mussolini è in galera. È festa per tutti. La notte canti e balli sull’aia. Dovevano cadere così. Sembrava chissà che, e sono caduti con uno scherzetto. Ma è perché mentre loro parlavano di impero e costruivano propagande, il popolo faceva come Forbicino, e tagliava tagliava, finché tutto il castello era posato sull’aria, e molti non se ne accorgevano, e dicevano: che bel castello. E invece era tutta finzione e vergogna. Facciamo subito un gruppo di contadini e andiamo a Reggio, per la strada tutti si aggiungono e la colonna diventa un popolo. Ognuno sembrava che aveva vinto lui, e questa era la forza. Ci sentivamo tutti capi di governo. […] Ma è pure Aldo che ci dice di far esplodere la contentezza, intanto si vedrà. E propone: Papà, offriamo una pastasciutta a tutto il paese!’”. Questo è il punto di partenza della storia di comunità della pastasciutta antifascista e del clima di quel 25 luglio.

Oggi, a 83 anni di distanza, quel passaggio resta uno snodo essenziale nella costruzione di un’identità collettiva fondata sulla gioia condivisa, sul lavoro, sulla partecipazione e sul senso di comunità. «Ci sentivamo tutti capi di governo», ricorda Alcide Cervi: in quella frase c’è l’idea di un popolo che non assiste, ma prende su di sé la responsabilità della storia, si riconosce protagonista di un momento decisivo della vita nazionale. È questo sentimento di compartecipazione che oggi appare tanto più prezioso in una società che troppo spesso ci spinge verso l’isolamento, l’individualismo, la disattenzione verso il bene comune.

Per questo il nome dei Fratelli Cervi e la loro tragedia, già custodita e attualizzata dall’Istituto Cervi di Gattatico non può restare astratto: a Milano è custodito in un luogo concreto, lo Spazio Fratelli Cervi, dove la memoria si fa presenza, incontro, pratica quotidiana di cittadinanza. In quello spazio convivono e dialogano diverse realtà sociali (il circolo del Partito Democratico, la sezione dell’ANPI e l’associazione Allarga l’Arca). La loro presenza tramanda un’identità, diffondendo il senso di ciò che avvenne, ricordando le ragioni profonde per cui noi oggi, dopo tanti anni, siamo ancora qui a festeggiare. Grazie!