La storia della Festa de l’Unità è stata raccontata molte volte. Oggi, però, la osserviamo con occhi nuovi. I documenti del riscoperto Archivio Storico del Partito Comunista di Figino di Milano, custoditi e in corso d’inventariazione presso il Circolo del PD “Anselmo Montoli”, ci regalano un’inedita narrazione sulla nascita di questo evento. Questa è la storia di come un progetto politico e culturale nazionale prese corpo anche grazie al coinvolgimento, ai sacrifici e all’ingegno pratico delle donne e degli uomini di una singola cellula di quartiere.

Nell’estate del 1945 il Paese è ancora una monarchia ed è retto dalla Luogotenenza del principe Umberto di Savoia. Al governo c’è Ferruccio Parri, sintesi biografica delle traiettorie delle forze antifasciste che avevano operato nel Comitato di Liberazione Nazionale, chiamato a gestire la complessa transizione democratica tra i poteri della Commissione Alleata e della Consulta Nazionale. La guerra si è conclusa da pochi mesi, ma il peso di vent’anni di dittatura, dell’occupazione tedesca e dei bombardamenti si avverte ancora ovunque: nelle fabbriche, nelle famiglie, nelle piazze. In questa cornice, pacificare e ricostruire significa prima di tutto restituire dignità e fiducia alle persone.

Fin dai tempi della clandestinità, l’Unità non è un semplice organo di partito, ma un vero e proprio canale di soccorso e d’ascolto popolare. Tra le carte dell’archivio spicca una lettera toccante. 16 luglio 1945: un gruppo di donne di Figino denuncia la totale assenza di sapone e prodotti igienici nei canali annonari ufficiali, accessibili solo attraverso il mercato nero. Tra le righe battute a macchina risuona una rivendicazione intrisa d’orgoglio: «Gli italiani non sono usi a circolare sporchi e luridi per la città!» È la testimonianza di una partecipazione politica femminile ancora poco evidenziata: uno spaccato d’epoca che mostra il bisogno di ritrovare la normalità e il legame tra la comunità del quartiere e la “sua” stampa.

L’idea di celebrare questo giornale e quello che rappresenta con un grande evento arrivava dalla Fête de l’Humanité, la celebre manifestazione ideata in Francia negli anni Trenta per sostenere il quotidiano comunista d’Oltralpe attraverso un’inedita miscela di politica, spettacoli, sport e cultura popolare. In Italia la prima traduzione pratica di quel modello fu fissata il 2 settembre 1945 a Mariano Comense, nel Comasco. Solo che allora nessuno la chiamava ancora “Festa”. Nelle circolari dell’epoca ricorre un’espressione decisamente più sobria e campestre: “Grande Scampagnata de l’Unità”. Nessuno dei promotori poteva immaginare che quella semplice gita fuori porta si sarebbe trasformata in uno dei riti sociali e culturali più simbolici dell’Italia repubblicana.

Spostiamo lo sguardo e torniamo a Figino nell’agosto del 1945, qui il quadro si fa concitato. La Cellula comunista locale appena fondata e intitolata ad Anselmo Montoli, contadino socialista trucidato dai fascisti, vanta il convinto afflusso dei combattenti della 112ª Brigata SAP Garibaldi. La struttura fa capo alla Sezione Boschetti-Trenno con sede in via Novara 228, intitolata a sua volta a Giovanni Alippi, giovane partigiano fucilato dalla Muti in via Tibaldi. Le direttive arrivano a ritmi incalzanti dal quartier generale del PCI milanese che aveva sede nell’ex Casa del Fascio di piazzale Tommaso di Savoia 8 (poi ribattezzata piazza XXV aprile, nell’edificio che oggi ospita le sale del Cinema Anteo). Non ci sono grandi budget, né agenzie di comunicazione: l’evento si regge interamente sulle spalle dei militanti. Ognuno mette a disposizione ciò che ha: per lo più la propria professionalità artigiana, le braccia e il pochissimo tempo libero rimasto dopo i turni di lavoro.

Sfogliando i documenti sembra quasi di sentire i tasti delle macchine da scrivere che battono febbrilmente gli ordini del giorno. Il 4 agosto 1945 parte il lancio del Gran Concorso di Giornali Murali, con la Federazione che invita le sezioni e le cellule a realizzare tabelloni illustrati fatti a mano, da affiggere direttamente sugli alberi del bosco di Mariano Comense per essere poi giudicati da una commissione del quotidiano. Nelle direttive si richiedono riflessioni sulla Libertà e articoli sulle prospettive della ricostruzione, ma si sollecita espressamente anche la presenza di poesie, vignette e caricature per dare respiro alla fantasia popolare dei militanti.

Verso metà agosto la caccia alle risorse entra nel vivo e una circolare ricorda fermamente che la scampagnata «non è una festicciola da improvvisare in 48 ore». I dirigenti pressano le sezioni e le cellule affinché i biglietti d’ingresso vengano venduti «casa per casa, nei ristoranti e nei luoghi di lavoro». Il prezzo è fissato a 10 lire: una cifra decisamente popolare se si pensa che, secondo i calcoli di adeguamento al potere d’acquisto odierno, equivalgono a circa 50 centesimi di euro, ma nell’Italia del dopoguerra rappresentava comunque un contributo prezioso per sostenere la causa.

Le richieste inoltrate a Figino sfiorano la logistica di cantiere: servono 5 compagni “sicuri” per il servizio d’ordine «da inviare per una riunione a Milano domenica 19 agosto», servono carpentieri, ebanisti e decoratori dal 25 agosto per allestire l’area. Si cercano persino sezioni dotate di grandi paioli per cucinare la polenta sul posto, con la promessa che la Federazione fornirà la farina. E soprattutto si censisce ogni veicolo marciante: camion, camionette e motocarri dell’Ovest milanese vengono precettati per la “riunione trasporti” indetta il 17 agosto. Niente Google Maps per trovare il bosco, per un sopralluogo, bisognava bussare direttamente a casa del Vicesindaco di Mariano Comense. Un concetto di “ufficio informazioni” decisamente a chilometro zero!

Il capolavoro organizzativo si dischiude nei verbali degli ultimi giorni. Il 30 agosto 1945, a 72 ore dal via, una circolare dettagliata traccia l’architettura di ciò che sta per accadere nel bosco di Mariano Comense: un’area verde immensa (1.500 metri di lunghezza per 800 di larghezza) destinata a trasformarsi per un giorno in «una città di 100.000 persone in festa».

I programmi inviati dalle sezioni periferiche rivelavano una straordinaria esplosione di creatività e voglia di ripartenza. Lungo la statale da Milano avrebbe sfilato un autocarro d’auto-propaganda, attrezzato con altoparlanti per diffondere musica e canti e scaldare l’atmosfera fin dal viaggio. Una volta giunti sul posto, l’offerta di spettacoli e intrattenimento si preannunciava imponente: «cinque orchestre, tre compagnie teatrali, un cinema parlato, due piste da ballo, tre bar e ben cinque lotterie». Non mancavano poi le attrazioni più tipicamente popolari, pensate per coinvolgere tutti in un clima di festa: dalle gare di tiro alla fune alla pesca alla canna, fino alle corse nei sacchi, ai tiri a segno e persino a un grande raduno ciclistico destinato a portare i partecipanti in colonna direttamente da Milano fino al bosco.

La Federazione si fa carico dell’ingegneria di base: un impianto provvisorio con 200 lampadine tese tra i rami degli alberi per l’illuminazione serale, una ventina di megafoni, un presidio medico con operatori e infermieri volontari e grandi botti d’acqua potabile distribuite lungo i viali sterrati. A rendere ancora più eccezionale la sforzo di quelle settimane c’è una sovrapposizione di eventi oggi difficilmente immaginabile. Mentre i volontari, compresi i compagni di Figino, preparavano i trasporti per Mariano Comense, a Milano si preparava un’altra iniziativa. Tra il 20 e il 26 agosto la città fu mobilitata per la “Settimana de l’Unità”. Il punto culminante si toccò la sera di sabato 25 agosto 1945, a soli sette giorni dalla Scampagnata: un’Arena Civica stracolma accolse il segretario della Federazione Francesco Scotti e il direttore del giornale Gian Carlo Pajetta. Come registrò la cronaca del Corriere della Sera, una folla oceanica riempì le gradinate in un clima di grande passione politica in vista delle future elezioni della Costituente.

Riuscire a gestire, a distanza di un solo fine settimana e con i trasporti ancora segnati dal conflitto, prima un’imponente adunata cittadina all’Arena e subito dopo una “città nel bosco” per centomila persone, resta una delle più straordinarie prove logistiche della Milano del dopoguerra. Ma la festa del 2 settembre 1945 portò con sé anche una dolorosa nota di lutto, che i documenti d’archivio custodiscono con composto rispetto. La giornata di Mariano Comense fu infatti drammaticamente segnata dal decesso del compagno Egidio Escoli, travolto fatalmente da un camion delle Officine Redaelli durante le fasi dell’evento.

In una Milano poverissima, la scomparsa di Escoli lasciò la sua famiglia del tutto priva di sostegno. L’ultimo documento di questa inedita sequenza d’archivio è una circolare del Vicesegretario Federale che indice una sottoscrizione solidale tra tutte le sezioni e le cellule della provincia, richiamando ciascun iscritto a un contributo economico: «Riteniamo sia nostro dovere venire in aiuto della famiglia, per esprimere quel sentimento di solidarietà che lega tra loro i lavoratori». Anche in questo gesto, in quelle poche lire raccolte anche tra le famiglie di Figino e dei quartieri vicini, si riflette l’anima profonda di quella stagione: una comunità ferita dalla guerra che, nel lavoro come nella festa e nel dolore, provava a rialzarsi senza lasciare mai indietro nessuno.