Raccolgo in questo articolo i testi di tre discorsi, trascritti a memoria e pronunciati pubblicamente durante le iniziative organizzate a Milano tra il 22 e il 24 aprile 2026, in preparazione dell’81° anniversario della Liberazione e dell’80° anniversario del suffragio universale, della scelta della forma repubblicana e dell’elezione dell’Assemblea Costituente.

  • 22 aprile 2026: Discorso conclusivo delle celebrazioni per l’Anniversario della Liberazione a Quinto Romano. Tessere di puzzle: dalla Resistenza alle scelte di oggi.
  • 23 aprile 2026: Discorso in apertura dello spettacolo delle Compagnie Malviste “Ho visto cose dell’altro mondo” presso ESEM, Milano. Il Quadrilatero: trincea operaia di lavoro e Resistenza”.
  • 24 aprile 2026: Discorso conclusivo delle celebrazioni per l’Anniversario della Liberazione a Figino. Scelte di Figino: biografie per la Liberazione.

L’auspicio è che queste parole non restino semplici testimonianze legate a un momento, ma possano segnare un’occasione per ritrovare, negli anni a venire, temi solidi a cui ancorarsi per interpretare e affrontare le crisi globali del presente. Il senso di queste ricorrenze, infatti, rimane saldo nei valori che le fondano, ma muta nel confronto con l’attualità, talvolta fino a incrinarsi. Eppure, proprio in questo possibile deteriorarsi del loro significato pubblico, si apre lo spazio per un’auspicata risposta nuova: quella di una rinnovata riscossa civile. Buona lettura!

22 aprile 2026 – Quinto Romano (Milano).

Discorso conclusivo delle celebrazioni per l’Anniversario della Liberazione.

Guardando il corteo di questa sera, ho purtroppo l’impressione che la partecipazione sia meno sentita. È un pensiero che credo abbiamo condiviso tutti. E allora permettetemi di ringraziare la banda: con la loro presenza hanno quasi raddoppiato i partecipanti, e ci hanno aiutato a tenere viva questa manifestazione.

Ma lungo il percorso ho visto anche altro: persone affacciate alle finestre, incuriosite; uno sguardo attento, un gesto di ascolto; fino a quel timido applauso da un balcone, poco fa. E allora la domanda diventa: come trasformare questa fascinazione, che pure è già cultura, è già un primo passo, in partecipazione attiva? Come accompagnarla dentro un percorso consapevole, dentro una scelta di valori?

In questi giorni sto osservando le fotografie che arrivano sui social: immagini di tanti momenti come questo, in cui si rendono onori e si ricordano le biografie di singole persone cadute nella Resistenza. Ogni volta ho la stessa impressione: è come se avessimo davanti un singolo pezzo di un puzzle più grande. E, guardando l’insieme di queste immagini, si rischia quasi di perdere la trama complessiva. E allora dobbiamo chiederci: che cosa rappresentano quelle biografie per noi? Per il nostro quadro valoriale attuale?

Prendiamo, ad esempio, i quattro caduti di Quinto Romano le cui biografie sono state già ben illustrate da Marco Volpi e da Matteo Malanca. Le loro storie ci parlano di operai, di militari, di renitenti: ci restituiscono uno spaccato, certo parziale ma già significativo, dell’attivazione antifascista. Quelle biografie ci dicono anche altro: tutti e quattro vivevano nella stessa cooperativa. Ed è qui che comprendiamo qualcosa di più profondo.

Accanto alle fabbriche, le cooperative sono state un’altra grande fucina dell’esperienza antifascista in questo territorio. Nate già negli anni del primo socialismo, sono state per molti una vera scuola di pensiero, di partecipazione, di democrazia vissuta. La Resistenza, in fondo, è l’applicazione concreta di quell’antifascismo che nasce già nel 1919, a Milano, insieme al fascismo stesso e che matura nel confino delle carceri e nelle persecuzioni.

Dalle biografie si passa così al territorio. Quinto Romano si colloca in una zona di confine: tra la città operaia e il mondo agricolo, che subiva la pressione continua delle requisizioni naziste, necessarie ad alimentare la macchina bellica. È in questo intreccio che si forma una coscienza, che maturano scelte.

E arriviamo così al piano più ampio: quello delle scelte. La scelta è la vera rivoluzione di quel momento storico. Una scelta libera, una scelta democratica, i cui frutti si ritroveranno poi nella Costituzione repubblicana. Ma erano scelte compiute nell’illegalità, contro uno Stato fascista ridotto a fantoccio del regime nazista, la Repubblica Sociale Italiana.

Per questo, quando oggi il Presidente del Senato, la seconda carica dello Stato, arriva a equiparare le scelte dei partigiani a quelle dei repubblichini di Salò, non si tratta di un’opinione qualsiasi: è una ferita profonda, una vera e propria bestemmia civile.

Perché quelle scelte ci insegnano che non fu un “derby” tra fascisti e partigiani. Non fu uno scontro tra minoranze contrapposte mentre il resto del Paese restava a guardare. Fu, invece, un processo che coinvolse progressivamente l’intera società.

Diffondere un volantino. Non denunciare qualcuno. Sabotare una macchina destinata alla guerra. Non serviva un riconoscimento ufficiale per essere parte della Resistenza. E allora capiamo che la Resistenza è stata molto più diffusa di quanto dicano i numeri.

E capiamo anche che non è appartenuta a una sola parte. Non è stata patrimonio esclusivo di qualcuno. Dentro quella storia troviamo tutte le componenti dell’antifascismo: socialisti, cattolici, azionisti, liberali, monarchici. È stato lo sforzo di un popolo intero per liberarsi dal nazifascismo.

In questo quadro, il contributo del comunismo italiano fu particolarmente maturo: seppe collocarsi dentro una costruzione plurale, collaborando alla nascita di un’Italia repubblicana, democratica e costituzionale. Un’Italia che avrebbe fatto della pace, della convivenza tra differenze la propria forza.

Ma c’è un ulteriore livello che queste tessere di puzzle ci aiutano a vedere: quello europeo. La Resistenza non è stata solo italiana. È stata un movimento europeo. Ha attraversato tutti i Paesi occupati dal nazifascismo: dalla Polonia alla Francia, dall’Olanda alla Jugoslavia, dalla Grecia all’Albania, queste ultime anche contro l’Italia fascista che le aveva invase.

E allo stesso tempo, la Resistenza italiana non è stata fatta solo da italiani: vi hanno partecipato jugoslavi, francesi, polacchi, russi. È stato un movimento internazionale, transnazionale. È da lì che nasce anche l’idea di Europa antifascista e antinazista che conosciamo, nei suoi luoghi simbolici, a partire da Ventotene.

E allora arrivo alla chiusura, guardando all’oggi. Viviamo un tempo in cui tornano parole e pratiche che pensavamo consegnate alla storia: nazionalismi, teorie come quella della “remigrazione”, democrazie sotto pressione, un clima globale che scivola verso la guerra.

Dove troviamo una risposta? L’appuntamento di Barcellona dello scorso fine settimana, in questo senso, è stato un segnale importante. Non solo per ciò che è stato detto, ma per come è stato mostrato: nei contenuti, nei toni, nelle immagini si è resa visibile un’idea progressista che torna a riconoscersi come soggetto storico, capace di reagire, di organizzarsi, di parlare al mondo.

E allora torniamo al punto da cui siamo partiti: le scelte. Ogni scelta conta. Anche le nostre, qui e oggi. Perché è da queste scelte quotidiane che si rafforza, oppure si indebolisce, la democrazia.

23 aprile 2026 – ESEM, San Siro (Milano).

Discorso in apertura dello spettacolo delle Compagnie Malviste “Ho visto cose dell’altro mondo”.

Il Quadrilatero di San Siro è, dalla nascita, un quartiere del lavoro. Il luogo in cui ci troviamo oggi è un luogo di formazione e di specializzazione operaia. Con le Compagnie Malviste abbiamo spesso accompagnato scolaresche a esplorare il nostro Quadrilatero, soprattutto nei suoi angoli più nascosti: il lavatoio, il rifugio antiaereo, il caseggiato bombardato, una pietra d’inciampo. Luoghi che non parlano di una comunità popolare che ha attraversato la guerra, la fatica, la paura e la Resistenza, trasformando l’esperienza quotidiana in coscienza civile. Tra le sue vie si ritrovano ben venti lapidi dedicate a caduti e deportati.

Il Quadrilatero, quartiere popolare nato quasi novant’anni fa, ha assorbito dentro di sé la storia di Milano e delle sue fabbriche. E al centro di quella storia ci sono sempre stati i lavoratori e le lavoratrici, gli operai e le operaie, spesso immigrati arrivati in città in cerca di una vita migliore, di un salario, di dignità. Milano è cresciuta grazie alle loro mani, alla loro intelligenza, alla loro resistenza quotidiana. E proprio la fabbrica, spesso ricordata soltanto come luogo di produzione, è stata uno dei terreni più fertili dell’antifascismo e della lotta contro il nazifascismo. Lo ricordo sempre nelle scuole.

Lì la Resistenza è cominciata prima ancora che sulle montagne o nelle strade insorte: è cominciata nel luogo del lavoro. È passata attraverso gli strumenti della produzione, attraverso il sabotaggio, il rallentamento, il rifiuto di piegarsi alla macchina da guerra nazista. È passata attraverso gli scioperi, che furono una delle forme più alte e coraggiose di opposizione al fascismo prima e all’occupazione tedesca poi. E infatti non dobbiamo dimenticarlo: già sotto il regime fascista, quando i sindacati liberi erano stati cancellati dalle leggi fascistissime, e poi durante l’occupazione, i lavoratori milanesi non cessarono mai di far sentire la propria voce. Gli scioperi furono centinaia: un atto di coraggio collettivo, una scuola di democrazia, una forma concreta di resistenza civile e politica.

Dentro quelle fabbriche, dentro quei reparti, dentro quelle officine, si formarono generazioni di giovani operai e operaie. Non solo nella fatica materiale, ma anche nella coscienza politica. La Resistenza fu anche questo: una fucina di pensiero, una palestra di organizzazione, un luogo di crescita umana e sociale. E da quella esperienza nacquero strumenti fondamentali della propaganda clandestina e della diffusione delle idee: fogli stampati di nascosto, ciclostili, volantini, giornali che circolavano tra le mani di chi non voleva arrendersi. La Fabbrica, Voci d’Officina, L’Operaio, Il Lavoratore, Battaglie del lavoro: nomi diversi, ma un’unica voce, quella di chi diceva che senza libertà non può esserci giustizia sociale.

In uno di quei fogli, Voci d’Officina del febbraio 1944, si leggeva un appello chiarissimo: “Operai! Tutto il popolo italiano è in guerra contro il fascista e il tedesco. Nelle fabbriche voi siete tra le prime file dei combattenti! Impedite che i padroni continuino a farvi lavorare per la macchina da guerra nazista! Sabotate il lavoro! Lavorate al rallentatore! Scioperate ogniqualvolta se ne presenti l’occasione! Finché un tedesco calpesterà il suolo italiano, finché l’ultimo fascista non sarà estirpato dalla nostra terra, finché non ci saremo riconquistati la Libertà, noi lavoratori continueremo ad essere sfruttati e calpestati! Senza libertà non vi è possibilità di giustizia sociale!”.

E qui non possiamo non ricordare il ruolo straordinario delle operaie. Furono staffette, organizzatrici, combattenti, infermiere, propagandiste, sostenitrici delle lotte, protagoniste della rete clandestina e della vita democratica che stava nascendo. Senza il loro contributo, la Resistenza sarebbe stata più fragile, più povera, più incompleta. E senza di loro non avremmo avuto neppure la Repubblica così come la conosciamo.

Con il suffragio universale di ottant’anni fa e l’ingresso di 21 donne nell’Assemblea Costituente, la democrazia italiana si è finalmente aperta alla metà del Paese che il fascismo aveva voluto piegare alla propaganda e alla dimensione domestica. Da lì nasce una lezione che ancora oggi ci parla: la libertà non è vera se esclude le donne, il lavoro non è dignitoso se non riconosce il valore delle donne, la democrazia non è compiuta se non è pienamente paritaria.

L’Insurrezione del 25 aprile non nacque dal nulla. Nacque anche dagli scioperi, dalle fermate delle officine, dalla forza collettiva di chi non accettò di continuare a produrre per chi opprimeva il Paese. Nacque dal rifiuto di lavorare sotto le bombe, sotto il controllo nazifascista, sotto la minaccia costante della repressione.

E qual è stata l’eredità di quella lotta? Di quella scelta di campo?

Nell’articolo 1 della Costituzione troviamo la sintesi più alta di tutto questo: la Repubblica è fondata sul lavoro. Non sul privilegio, non sulla sopraffazione, non sul dominio di pochi sui molti. Sul lavoro. Ma attenzione: sul lavoro come libertà, come dignità, come partecipazione, come costruzione comune della cosa pubblica. C’era anche chi propose una formula diversa, “l’Italia appartiene ai lavoratori”, ma la sostanza non cambia: il lavoro non deve mai essere sfruttamento, non deve mai essere umiliazione, non deve mai diventare strumento di ricatto o di oppressione. Il lavoro è il fondamento della cittadinanza, non la sua negazione.

Ed è qui che sta l’eredità più viva della Resistenza: nel dire che chi lavora non è un suddito, ma un soggetto della democrazia. Che chi produce ricchezza deve avere diritti, salario giusto, sicurezza, rappresentanza, dignità. Che il lavoro delle donne, troppo spesso invisibile, è parte essenziale della storia sociale e politica del Paese. Che senza giustizia sociale non c’è libertà vera.

Per questo, oggi, alla vigilia del 25 aprile, ricordare la Resistenza significa ricordare anche il lavoro. Significa ricordare le idee degli operai, il coraggio delle lavoratrici, il sacrificio di chi ha sfidato il fascismo non soltanto con le armi, ma con gli scioperi, con la solidarietà, con la stampa clandestina, con la scelta di non obbedire. Significa dire che la democrazia italiana nasce da lì: da una trincea civile fatta di officine, di case popolari, di fatica, di coscienza e di speranza. Il lavoro è stato la trincea della democrazia. E continua a esserlo.

 

24 aprile 2026 – Figino (Milano).

Discorso conclusivo delle celebrazioni per l’Anniversario della Liberazione.

Ringrazio l’ANPI per l’organizzazione di questa giornata e la banda musicale, che con le sue melodie ha saputo richiamare alla partecipazione anche chi ci ascolta dalle finestre e dai balconi. E proprio da qui nasce una domanda: come possiamo coinvolgere queste persone, come possiamo portarle a partecipare attivamente?

La Giornata della Liberazione, come è stato ben detto da Rosario Pantaleo, è una giornata pro-memoria, più che di semplice memoria. È una giornata che richiede un’azione: richiamare alla memoria, perché le persone che hanno vissuto quella stagione sono sempre meno. Sta a noi, oggi, farci protagonisti: portare le nostre ragioni, costruire un senso condiviso.

Quest’anno siamo nell’ottantunesimo Anniversario della Liberazione e anche nell’ottantesimo anniversario del suffragio universale e di quel referendum che diede forma repubblicana all’Italia e avviò il lavoro dell’Assemblea Costituente.

Partiamo da qui, da Figino: un luogo in cui la Resistenza operaia, quella delle lavoratrici e dei lavoratori, degli scioperi come forma di lotta, un luogo intrecciato con la Resistenza contadina, chiamata a produrre sotto minaccia le derrate alimentari per la guerra. Due dimensioni diverse, ma unite dalla stessa opposizione al regime. Entrambe trovano voce nelle riviste clandestine che circolavano in quei mesi.

Figino si rivela così un luogo strategico: tra il mondo operaio e il mondo agricolo, tra via Novara e via Sempione, tra la linea ferroviaria per Mortara e quella per il Lago Maggiore. Un crocevia fondamentale per i collegamenti verso il Piemonte e l’Italia nord-occidentale, e quindi un punto di controllo ma anche di passaggio per la Resistenza.

In questo contesto si inseriscono le biografie dei caduti che ricordiamo oggi. Ho voluto portare con me un documento originale dell’archivio del PD di Figino, già archivio del PCI: il discorso pronunciato il 25 aprile 1946, nel primo Anniversario della Liberazione, davanti alla Casa del Popolo, quando l’Italia non aveva ancora scelto la forma repubblicana né eletto l’Assemblea Costituente. Vi leggo alcuni passaggi dedicati ai caduti.

Anselmo Montoli, uno dei più onesti e laboriosi giovani contadini di Figino cadde come tanti altri barbaramente assassinato dai sicari delle Brigate Nere mentre stava tranquillamente al lavoro. “Con la tua morte, Anselmo, hai aperto un altro vuoto nella tua cara famiglia, come se non bastasse la morte in Grecia di tuo fratelli Gino [Luigi Montoli, nato il 6 dicembre 1912, morto in Grecia il 14 agosto 1943 nda] i brigatisti neri hanno voluto compiere un altro atroce delitto proprio davanti ai suoi cari genitori lasciandoli così nel più sconsolato dolore”.

Giuseppe Ghezzi (Peppino) che non volendo associarsi a quella masnada di repubblichini preferiva raggiungere la via della montagna arruolandosi alle gloriose formazioni partigiane convinto della sua fede che solo in quella formazione militavano i veri combattenti e difensori della liberà del nostro paese. Ma un traditore della Legione Muti stessa che inviava i suoi sgherri cogliendoti così all’improvviso assassinandoti a tradimento senza neanche lasciarti il tempo di difenderti”.

Luigi Negri, il più giovane dei caduti. Non ancora ventenne, veniva arrestato a Milano ed inviato in Germania nei famigerati lager di triste memoria. Venne poi decimato durante il suo tentativo di fuga per ritornare in patria al momento che già l’esercito repubblichino era quasi distrutto e quello hitleriano in fin di vita per i duri colpi infertogli dagli Alleati e specialmente dall’Armata Rossa che più di tutti ha causato i colpi mortali”.

A queste tre figure voglio aggiungerne una quarta, non ricordata nel 1946: Luigi Porta, nato nel 1908 in via Fratelli Zanzottera 12. Contadino, chiamato alle armi nel Regio Esercito, dopo l’8 settembre 1943 a Eboli vede l’uccisione del proprio comandante e la propria divisione disperdersi e rifiutare la resa ai tedeschi. Viene catturato e deportato come Internato Militare Italiano: uno dei tanti che dissero NO alla collaborazione con il nazifascismo, diventando manodopera forzata. La sua guerra continua nel lager di Gross Fullen, tra fame, freddo e malattie. Eppure, resiste: senza armi, ma difendendo la propria dignità e le proprie convinzioni. Muore il 10 dicembre 1944 per tubercolosi. Sepolto lontano da casa, oggi riposa nel Cimitero Militare degli Italiani di Amburgo.

Sono quattro storie che ci parlano di quattro diverse modalità di scelta. Scelte concrete, difficili, spesso estreme: la scelta di stare dalla parte della libertà, anche quando questo significava collocarsi nell’illegalità imposta dal regime, per difendere la democrazia, la pace, il pluralismo. Anche a costo della tortura, del carcere, della deportazione. È questa la libertà che celebriamo oggi. Sono queste le scelte che celebriamo.

E su questo dobbiamo essere netti: se qualcuno, anche nelle più alte cariche dello Stato, arriva a dire che tutte le scelte sono equiparabili, noi diciamo che non è così. Queste scelte non possono essere accostate. Farlo significherebbe cancellare la differenza tra oppressione e liberazione. Sarebbe una vera e propria bestemmia civile.

Ricordiamo allora Anselmo Montoli, per la sua scelta di partecipare alla lotta partigiana; Giuseppe Ghezzi, pronto a lasciare casa e famiglia pur di non servire il sistema economico nazifascista; Luigi Negri, che si oppose alla coscrizione obbligatoria dei Bandi Graziani, testimoniando il valore della renitenza; e Luigi Porta, che rifiutò di continuare la guerra di occupazione, insegnandoci il valore della dignità umana anche dentro l’orrore dei lager.

E dove sono finite queste scelte dopo la Liberazione, dopo il 25 aprile?

Oggi vivono dentro la nostra Costituzione. In quella straordinaria Carta ritroviamo quei valori: dal lavoro alla pace, dalla dignità alla democrazia. Sono il frutto delle riflessioni e delle esperienze di chi ha partecipato alla Resistenza, anche nella sua forma civile, che fu ampia e diffusa. In quella Costituzione, le madri e i padri della Repubblica hanno inciso il senso profondo di quella lotta. La Repubblica non ci è stata regalata: è stata conquistata, contro un regime che aveva fatto dello sfruttamento e della violenza il proprio fondamento. Ognuno di noi oggi è un frammento vivo di quella storia, attraverso le scelte di ieri e quelle di oggi. Le forme dell’oppressione cambiano, ma non scompaiono. Sta a noi riconoscerle e contrastarle. Viva l’Italia antifascista!