Nessuno ci ha insegnato come si deve festeggiare una Repubblica. I compleanni hanno le candeline, i matrimoni hanno un ricevimento, persino il Capodanno ha il suo conto alla rovescia. Ma una Repubblica? Quella italiana, almeno, ha dovuto inventarsi da sola i propri simboli e le proprie ritualità. La parata ai Fori Imperiali, le Frecce Tricolori, la deposizione della corona all’Altare della Patria, il Presidente della Repubblica al centro della scena sono in realtà il risultato di una lunga sedimentazione, fatta di entusiasmi e crisi, di partecipazione popolare e di distanze improvvise. Una vera e propria invenzione, dunque, quella del 2 giugno e della Festa della Repubblica. Un’invenzione politica e un’invenzione liturgica. Perché il 2 giugno 1946 non nacque soltanto una nuova forma istituzionale: nacque una domanda destinata ad accompagnare tutti gli ottant’anni successivi. Come si costruiscono identità condivise e senso di appartenenza attorno a una nuova forma di governo? Ottant’anni dopo, la domanda è ancora aperta. Il simbolo più visibile della Repubblica è rimasta la parata militare, ma il suo significato è cambiato molte volte. Eppure, forse, il simbolo più rivoluzionario di quel momento non sfilava in uniforme. Questo è il primo dei molti segreti nascosti dietro una data che crediamo di conoscere.

1. BAGGIO, VIA DUE GIUGNO

Per capire la Festa della Repubblica bisogna provare a entrare nella mente degli italiani del 1945 (e, ahimè, soprattutto degli uomini che allora occupavano tutti i luoghi decisionali). C’è una piccola storia milanese che aiuta. Nel quartiere di Baggio, comune aggregato a Milano nel 1923, esiste ancora oggi una via Due Giugno …già dal 1926: ben vent’anni prima del referendum che avrebbe fatto nascere la Repubblica! Sostituì una precedente via Giuseppe Garibaldi, per evitare duplicazioni con la città di Milano. Dunque, il 2 giugno era già una data presente nell’immaginario pubblico. La stessa che sarebbe stata scelta per il Referendum! Questo dettaglio racconta qualcosa di più grande. Quando nel dopoguerra si cercò di costruire una nuova festa nazionale, il problema non era solo celebrare una nuova forma istituzionale, era trovare un simbolo a cui ancorarla. La Repubblica? La Costituzione, che però sarebbe entrata in vigore solo nel 1948? L’esercito, finalmente ricostituito dopo l’occupazione militare Alleata? Oppure la figura del Presidente della Repubblica e i suoi luoghi di rappresentanza legati, un tempo, alla monarchia?

2. GIUSEPPE GARIBALDI

Il primo volto che la Repubblica, almeno una parte, scelse di eleggere a simbolo era quello di Giuseppe Garibaldi. La sua morte, avvenuta proprio il 2 giugno dell’anno 1882 è tra i primi riferimenti simbolici che coincidevano con la data scelta per il referendum del 1946. Ecco spiegata anche la scelta per l’odonomastica baggese. Una coincidenza che apparve subito troppo significativa per essere ignorata, come fece notare il comunista Fausto Gullo. La nuova Italia avrebbe potuto così riallacciare un filo ideale con il Risorgimento e con una tradizione patriottica precedente alle lacerazioni del fascismo e della guerra. Garibaldi, inoltre, non apparteneva solo all’Ottocento. Durante la guerra civile spagnola e la Resistenza italiana il suo nome era tornato nelle montagne e nelle città: le Formazioni Garibaldi del Partito Comunista lo avevano trasformato nel simbolo della lotta antifascista. Il 10 giugno 1946, nelle celebrazioni spontanee per la nascita della Repubblica, proprio dalla raccolta garibaldina del Gianicolo riapparve anche un’altra memoria: la bandiera della Repubblica Romana con il motto “Dio e Popolo”, richiamo alla stagione di Giuseppe Mazzini e di Garibaldi. Non era soltanto un cimelio storico: era il tentativo di raccontare che la Repubblica del 1946 non nasceva dal nulla, ma si presentava come il capitolo più recente di una storia iniziata quasi un secolo prima.

3. GIUSEPPE MAZZINI

Se Garibaldi offriva alla Repubblica il volto dell’eroe popolare, Giuseppe Mazzini ne offriva l’anima politica. Quando nel dopoguerra si parlava di Repubblica, il precedente storico più vicino culturalmente e cronologicamente era la Repubblica Romana del 1849, nata nel clima europeo della Primavera dei Popoli. E al centro di quell’esperienza veramente internazionale c’era Mazzini: il profeta della Repubblica, della partecipazione popolare, del dovere civico e della nazione come comunità di cittadini. Non è un caso che il 2 giugno 1949, nell’ambito del centenario della Repubblica Romana, venisse inaugurato a Roma, sulle pendici dell’Aventino, il monumento a Mazzini, davanti al quale si svolsero le celebrazioni principali della Festa della Repubblica quell’anno. Per l’occasione fu persino emesso un francobollo commemorativo. Per alcuni quella era la strada naturale: fare della nuova Repubblica l’erede diretta del mazzinianesimo. Ma i grandi partiti di massa preferirono una memoria più inclusiva. La DC guardava al cattolicesimo democratico, il PCI alla Resistenza e al movimento operaio. Mazzini restò così una presenza costante, quasi un padre nobile: più profeta che bandiera di partito.

4. LO STATUTO ALBERTINO

Come si sarà capito il 2 giugno non fu scelto in un vuoto simbolico: in quel periodo esisteva già una ricorrenza civile, la Festa dello Statuto Albertino. Era la festa della carta fondamentale del Regno d’Italia, ancora formalmente in vigore nel 1946, e veniva celebrata la prima domenica di giugno, in forma mobile. Quel calendario fece da sfondo al referendum repubblicano. Nel 1946, il 2 giugno era domenica. Così la festa “vecchia” e il giorno della nascita della “nuova” Italia finirono per sovrapporsi, come se una tradizione istituzionale cedesse il passo a un’altra. Lo Statuto (nato nel 1848 nel clima europeo della Primavera dei Popoli) rappresentava ancora l’ultimo legame giuridico con la monarchia, ma anche il primo tentativo di costituzionalismo moderno nella storia italiana. Così il 2 giugno si colloca in una zona di passaggio: tra una monarchia costituzionale che si avviava al tramonto e una Repubblica che non aveva ancora una propria liturgia. È anche per questo che quella data sembra, fin dall’inizio, una “invenzione”: non solo un giorno del calendario, ma la sovrapposizione di più memorie che cercano un nuovo ordine.

5. GIACOMO MATTEOTTI

Se la Repubblica italiana è il frutto maturo dell’antifascismo, questo aspetto non poteva che emergere in simboli meno immediati ma potentissimi. Uno di questi è la data del 10 giugno. Quel giorno del 1946, nella Sala della Lupa a Montecitorio (lo stesso luogo in cui il Parlamento italiano si era riunito per la prima volta a Roma dopo il trasferimento della capitale da Firenze nel 1871) la Corte di Cassazione proclamò ufficialmente i risultati del referendum istituzionale e la nascita della Repubblica. Era il momento in cui la scelta repubblicana degli italiani diventava storia. Ma quella data portava con sé un’ombra più antica e più profonda. Il 10 giugno 1924 Giacomo Matteotti veniva rapito e assassinato dal fascismo. La coincidenza non era stata progettata, ma nel linguaggio simbolico della nuova Italia assunse un peso evidente: il giorno in cui si certificava la nascita della Repubblica coincideva con l’anniversario del martirio dell’uomo che aveva denunciato, con lucidità politica, la violenza del regime. Matteotti divenne così una figura cardine della memoria repubblicana: non solo un oppositore del fascismo, ma il simbolo del prezzo pagato dalla stessa democrazia italiana. In questa forbice di date (tra il 1924 e il 1946) la Repubblica sembra raccontare sé stessa come un passaggio di riscatto: dalla soppressione della voce politica alla sua restituzione piena.

6. I TRE GIORNI CHE HANNO CAMBIATO LA STORIA

Ci sono giorni in cui la storia si concentra in poche ore e i simboli si addensano. Per la nascita della Repubblica Italiana quel momento coincide con l’11, il 12 e il 13 giugno 1946: giornate così dense da essere considerate da qualcuno possibili alternative al 2 giugno come Festa della Repubblica. In quei giorni il voto si trasforma in simboli, gesti e rotture visibili. L’11 giugno, dopo la proclamazione della Repubblica, Roma si riempie di celebrazioni spontanee: tra le più importanti quella in Piazza del Popolo promossa da Giuseppe Di Vittorio, segretario della CGIL unitaria, segno di un Paese che cerca immediatamente radici storiche e nuovi simboli. Ma l’Italia vive ancora una condizione sospesa: al Viminale, sede del Governo, sventola già il tricolore senza lo stemma sabaudo, mentre al Quirinale, sede della famiglia Sabauda, resiste la bandiera monarchica. Due simboli, due legittimità. La svolta definitiva arriva il 13 giugno, quando Umberto II lascia il Quirinale e parte per l’esilio in Portogallo. Lo stesso giorno Alcide De Gasperi assume temporaneamente le funzioni di Capo dello Stato, fino all’elezione di Enrico De Nicola da parte dell’Assemblea Costituente il 28 giugno. È un tempo sospeso: la Repubblica è già nata nei fatti, ma deve ancora prendere pienamente forma nelle istituzioni.

7. L’ASSEMBLEA COSTITUENTE E LE 21 MADRI COSTITUENTI

Per la prima volta nella storia nazionale, escludendo le elezioni amministrative di pochi mesi prima, le donne italiane partecipano in massa alla vita politica del Paese. Non lo fanno solo come elettrici, ma anche come elette, portando ventuno “Madri Costituenti” all’interno della nuova Assemblea. È in questo preciso istante che l’Italia cambia davvero volto, lasciandosi alle spalle un ventennio dittatoriale in cui la rappresentazione pubblica era stata rigorosamente maschile, gerarchica e dominata dai rituali di massa del regime. La nascita della Repubblica inaugura così uno spazio democratico inedito e potenzialmente rivoluzionario, quello di una cittadinanza plurale dove la presenza femminile diviene un fattore identitario. Eppure, questa rivoluzione politica e sociale ha faticato a trovare una sua piena traduzione simbolica nel corso del tempo. Questo paradosso solleva una domanda fondamentale: se la Repubblica nasce grazie all’ingresso delle donne nella cittadinanza politica, perché la sua immagine pubblica fa così fatica a trovare nella rivoluzione della donna il suo simbolo? Ogni anno, le riletture contemporanee della festa cercano di colmare questa lacuna evocando, ad esempio, la celebre fotografia di Federico Patellani, che ritrae il volto radioso dell’impiegata dell’Avanti Anna Iberti mentre sbuca da una copia del Corriere della Sera. Quel sorriso è il richiamo potente a una memoria alternativa, il promemoria di una Repubblica che avrebbe potuto raccontarsi in modo diverso: meno maschile, meno militare e decisamente più civile. Non l’immagine di un esercito in parata, ma quella di una comunità che si scopriva, per la prima volta, davvero universale.

8. LA PARATA MILITARE

Se c’è un simbolo che oggi domina l’immaginario del 2 giugno, è senza dubbio la parata militare. Eppure non nasce subito nella forma che conosciamo: il primo anniversario della Repubblica, nel 1947, cade nel clima della rottura dell’unità antifascista e delle prime tensioni della Guerra fredda, e a Roma la celebrazione assume ancora una fisionomia provvisoria, con una rivista militare su viale Tiziano e altri momenti civili e popolari presso l’Assemblea Costituente. Il salto avviene nel 1948, dopo l’entrata in vigore della Costituzione il 1º gennaio e l’elezione di Luigi Einaudi a Presidente della Repubblica: il corteo si concentra sull’Altare del Milite Ignoto, dove l’omaggio al Capo dello Stato viene letto dal cerimoniale come segno dell’assunzione del comando delle Forze armate, in coerenza con la nuova centralità costituzionale del Presidente, capo dello Stato e rappresentante dell’unità nazionale. Quell’anno tra i reparti presenti comparivano anche rappresentanze delle formazioni partigiane, segno del tentativo di includere la memoria della Resistenza. Nel 1949 la legge n. 260 dichiara infine il 2 giugno festa nazionale, e dall’anno seguente inserita nei protocolli ufficiali. Solo allora la ricorrenza si stabilizza progressivamente nella liturgia repubblicana ai Fori Imperiali e al Quirinale.

9. IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

A chiudere questo percorso simbolico c’è una figura che più di ogni altra incarna il cambio di stile della nuova Italia: il Presidente della Repubblica. Un ruolo che si definisce, fin dall’origine, quasi in controcanto rispetto alla rappresentazione del potere del ventennio fascista. Là dove il capo del regime si mostrava in uniforme, decorato, scenografico, la Repubblica sceglie invece una figura volutamente sobria, dimessa, quasi anonima. Non un corpo separato dal Paese, ma un suo possibile riflesso. Non è un caso che il primo Capo provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola, avesse inizialmente scelto di non abitare al Quirinale, percepito ancora come troppo legato alla memoria sabauda, preferendo Palazzo Giustiniani. È un gesto che racconta molto più di un semplice spostamento logistico: è l’idea di una Repubblica al servizio degli italiani che non vuole occupare i simboli del potere, ma trasformarli lentamente in luoghi condivisi. Nel corso dei decenni, questa figura ha assunto volti diversi. Con Giovanni Gronchi si afferma una volontà di dare maggiore solennità e visibilità al ruolo presidenziale, quasi a “dare forma” alla Repubblica nel suo spazio pubblico. Con Sandro Pertini, invece, il Quirinale diventa il luogo in cui l’esperienza della Resistenza entra direttamente nelle istituzioni: il Presidente non è più soltanto garante, ma anche memoria vivente di una lotta collettiva e fondativa. E tuttavia, in questa lunga storia, rimane un’assenza significativa: in ottant’anni di Repubblica nessuna donna ha mai ricoperto la carica di Capo dello Stato. È un vuoto che interroga non solo la rappresentanza politica, ma anche l’immaginario simbolico della Repubblica stessa.

10. CADUTE, RINASCITE: UNA PARATA CIVILE A OTTANT’ANNI DI DISTANZA?

La storia della Festa della Repubblica dimostra come il 2 giugno non sia mai stata una ricorrenza statica, bensì una celebrazione continuamente rielaborata: nata con una forte dimensione popolare e di massa, ha subito nel tempo fratture ideologiche, spostamenti simbolici verso il testo costituzionale e persino declassamenti normativi (come la soppressione del 1977). Nel 2001 la Festività nazionale fu ripristinata su impulso del Presidente Carlo Azeglio Ciampi. Nonostante l’immaginario si sia progressivamente consolidato attorno alla parata militare dei Fori Imperiali, lasciando in secondo piano simboli storicamente decisivi come l’antifascismo e il suffragio universale, a ottant’anni dal primo voto la ricorrenza resta una “festa in cerca di aggiornamento“. Per tornare a parlare alla società reale e riflettere i valori costituzionali di una Repubblica fondata sul lavoro, paritaria e antifascista, pacifista e cooperativa, emerge la necessità di aggiornarne i simboli, rendendoli maggiormente capaci di interpretare i cambiamenti sociali e culturali del presente. Immagino una parata civile per mettere al centro la vita concreta delle persone, valorizzando icone collettive e femminili che sappiano rappresentare esperienze condivise e soggetti ancora ai margini della narrazione pubblica, insieme a momenti di commemorazione diffusi nelle piazze e a pratiche di partecipazione estese e inclusive, capaci di coniugare la memoria storica con una dimensione popolare e partecipata per una difesa quotidiana della dignità, della cittadinanza e della democrazia. Facendo forse emergere le vere immagini del 2 giugno: non simboli statici, ma possibili tasselli diffusi di storia viva, in cui la Repubblica cambia volto e riti insieme al Paese che cambia.

PS: Per approfondire questi temi, si segnala il volume Le Feste Nazionali di Maurizio Ridolfi e, sempre con lo stesso autore, il podcast realizzato da PopHistory nel 2021 con l’amico Igor Pizzirusso. Esiste inoltre un portale molto esaustivo di archiviazione documentale chiamato Il2giugno.it promosso dalla SISSCO e finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri nel 2016.