Si parla molto, oggi, di edilizia urbana e di emergenza abitativa. Ma ottant’anni fa Milano si trovò davanti a una crisi della casa senza precedenti: interi quartieri devastati dai bombardamenti, migliaia di famiglie senza tetto, una città da ricostruire. Eppure, in pochi mesi, il Comune riuscì a introdurre una risposta concreta e immediata, capace di offrire riparo a decine di migliaia di persone rimaste senza nulla.

È in questo contesto che nasce una delle pagine più singolari e dimenticate della Milano del dopoguerra: quella del Villaggio Svizzero tra Baggio e Lorenteggio inaugurato il 20 luglio 1946. Chi percorre oggi il tratto finale di viale Legioni Romane può sorprendersi nel leggere i nomi di via Berna, via Lucerna e via Zurigo, insoliti richiami alla Confederazione elvetica, apparentemente lontani da via Losanna, altro toponimo “svizzero” della città.

Schweizer Filmwochenschau, [Mailand] «19.04.1946»

Il motivo, noto a pochi, affonda le radici nella storia contemporanea della metropoli lombarda. Sul terreno dell’attuale parco pubblico «Alberto Moravia» sorse infatti, tra il 1945 e il 1959, il cosiddetto Villaggio Svizzero di Milano: un insediamento provvisorio di quaranta casette prefabbricate in legno, donate dal Dono Svizzero per le vittime di guerra, organismo umanitario della Confederazione elvetica. Destinate a chi aveva perso la casa sotto le bombe della Seconda guerra mondiale, quelle abitazioni offrirono, grazie anche all’impegno del Comune di Milano, un rifugio temporaneo a 120 famiglie – circa 480 persone – in attesa della ricostruzione della città.

Federico Patellani © Archivio Federico Patellani – Regione Lombardia / Museo di Fotografia Contemporanea, Milano-Cinisello Balsamo

L’area sulla quale sorgeva il Villaggio Svizzero è oggi di competenza del Municipio 6 del Comune di Milano. Si estende tra via Inganni e via dei Ciclamini, con il lato più lungo rivolto verso il muro dell’Ospedale militare di Baggio e affacciato su via Berna, che allora non era altro che il prolungamento periferico di viale Legioni Romane. Del quartiere di casette prefabbricate in legno, tutte identiche, ordinate l’una accanto all’altra, e della rete di strade sterrate che ne scandiva gli spazi non rimane ormai alcuna traccia visibile. Al loro posto sorgono moderni complessi residenziali e, al centro, un parco urbano: dapprima dedicato alla città di Berna, capitale della Confederazione elvetica, e oggi intitolato allo scrittore Alberto Moravia.

Tutto era iniziato nell’agosto del 1945, quando Milano, uscita da pochi mesi dalla guerra, si trovava ancora schiacciata dall’emergenza abitativa: migliaia di edifici distrutti, famiglie sfollate, servizi essenziali al collasso. Fu allora che l’amministrazione nominata dai partiti del CLN cittadino seppe trasformare un’offerta del Dono Svizzero in un grande progetto urbano e sociale, assumendo un ruolo decisivo ben oltre la semplice concessione di un terreno.

Schweizer Filmwochenschau, [Mailand] «19.04.1946»

La giunta guidata da Antonio Greppi individuò infatti in tempi rapidissimi un’area agricola nei pressi di Baggio da destinare al Villaggio, predisponendo allacciamenti idrici e fognari, viabilità interna, illuminazione e sistemazione del suolo. Determinante fu il lavoro dell’assessore all’Urbanistica Samuele Polistina, incaricato di seguire l’iter amministrativo della delibera e di coordinare la futura commissione d’assegnazione degli alloggi, nella quale trovò posto anche un rappresentante dell’Arcivescovado.

Nell’ottobre 1945 la giunta stanziò oltre 19 milioni di lire, cifra enorme per l’epoca, per finanziare opere di urbanizzazione, montaggio delle baracche, impianti tecnici e infrastrutture. A queste somme se ne aggiunsero altre negli anni successivi per manutenzioni, rivestimenti, sistemazioni del piazzale e opere contro gli allagamenti.

Il Villaggio fu dunque il risultato di una collaborazione internazionale, ma anche di un’impressionante macchina organizzativa comunale. Il Comune coordinò ditte, operai, tecnici e fornitori in una Milano ancora segnata dalle macerie e dalla scarsità di materiali. Tra le figure centrali emerse l’ingegner Mario Tanci, assessore ai Lavori pubblici e all’Ufficio tecnico, che seguì direttamente la formalizzazione dei contratti con le imprese incaricate dello spianamento del terreno e della costruzione delle strade interne del Villaggio. Furono coinvolte aziende per gli scavi, gli impianti idraulici, le fosse chiarificatrici, la posa delle baracche e persino la verniciatura finale delle strutture. In pieno inverno, tra pioggia, neve e gelo, il cantiere non si fermò quasi mai.

Nel giro di pochi mesi, tra il novembre 1945 e il luglio 1946, sorse così una vera “città nella città”: quaranta edifici prefabbricati, strade, servizi, orti, illuminazione, spazi collettivi. Un intervento pensato come provvisorio, ma capace di offrire per oltre un decennio una casa dignitosa a centinaia di milanesi che avevano perduto tutto sotto le bombe.

Federico Patellani © Archivio Federico Patellani – Regione Lombardia / Museo di Fotografia Contemporanea, Milano-Cinisello Balsamo

Fondamentale risultò anche il ruolo dell’architetto Ugo Zanchetta, già vicesindaco e assessore all’Edilizia privata, che fece da tramite tra il Comune e il Comitato ambrosiano-svizzero abitazioni (CASA), l’ente incaricato della gestione del quartiere. Fu lui a seguire la definizione della convenzione che regolava l’utilizzo dell’area e i rapporti tra l’amministrazione milanese e il comitato italo-svizzero.

Una lira: questo il canone d’affitto simbolico, in considerazione degli scopi benefici e umanitari, chiesto dal Comune per tutta la durata della locazione, dal 1° aprile 1946 al 31 marzo 1975, benché a quella data del Villaggio già non vi fosse più traccia. Inoltre, il Comune di Milano si assumeva l’onere della manutenzione delle strade, delle zone verdi, delle fognature, delle condutture dell’acqua, dell’illuminazione e, più in generale, di tutti gli impianti esterni necessari al funzionamento del quartiere.

Federico Patellani © Archivio Federico Patellani – Regione Lombardia / Museo di Fotografia Contemporanea, Milano-Cinisello Balsamo

E oggi, nonostante quasi quindici anni di presenza, il Villaggio Svizzero sembra essere scomparso persino dalla memoria ufficiale del luogo. Le bacheche informative del parco e le pagine istituzionali dedicate all’area ricordano infatti la storia amministrativa del territorio dall’antico Comune di Sellanuova all’annessione a Baggio nel 1869, fino all’ingresso nel Comune di Milano nel 1923 così come la costruzione delle vicine strutture militari, inaugurate nel 1931, e la nascita del parco pubblico nel 1969. Nulla, però, viene detto di quella singolare esperienza di solidarietà internazionale che, tra il 1946 e il 1958, trasformò questo lembo di periferia in una piccola “città nella città”, destinata a ospitare le famiglie rimaste senza casa dopo i bombardamenti della Seconda guerra mondiale.

La memoria del Villaggio sopravvive così soprattutto nei ricordi di alcuni abitanti del quartiere, che ancora evocano con nostalgia la presenza delle casette in legno e della comunità che vi si era formata. E non si trattava affatto di una semplice “baraccopoli”, simile a quelle rese celebri dal neorealismo cinematografico, basti pensare a Miracolo a Milano di Vittorio De Sica, ma di un esperimento edilizio e sociale del tutto peculiare: un quartiere provvisorio progettato con criteri moderni, nato grazie all’intervento del Dono Svizzero alle vittime di guerra, organismo umanitario promosso dalla Confederazione elvetica per soccorrere le popolazioni colpite dal conflitto.

Un’avventura fatta di relazioni tutte da scoprire, grazie alle ricerche di Renata Broggini condivise con Roberta Ramella (che si è occupata del tema della ricostruzione postbellica a Milano) e Marino Viganò (che ha indagato le reti della solidarietà tra Svizzera e Italia). In apertura le prefazioni di Ignazio Cassis e Giuseppe Sala. Un volume che interesserà tanti scritto sotto il segno della croce greca bianca in campo rosso, pubblicato da Hoepli, grazie al contributo de La Residenza, Alberto Fossati, e con il patrocinio del Collegamento Svizzero in Italia e dell’Unione Giovani Svizzeri.