Quel che accadde domenica 2 e lunedì 3 giugno 1946 rappresenta uno dei più grandi spartiacque della storia italiana. Eppure, la Repubblica Italiana nacque ufficialmente soltanto il 18 giugno 1946, quando vennero proclamati i risultati definitivi del referendum istituzionale. In quell’arco di giorni si spezzò definitivamente una continuità dinastica e simbolica che, attraverso la monarchia sabauda, aveva accompagnato e legittimato l’ascesa e il consolidamento del fascismo. Si aprì allora una stagione del tutto nuova: non soltanto la costruzione di istituzioni democratiche, ma anche la definizione dei simboli, dei riti civili e dell’immaginario collettivo destinati a dare forma e identità alla nuova Repubblica.
La semplicità della scheda elettorale è eloquente: niente ornamenti, una scelta netta dettata anche dal diffuso analfabetismo. Paradossalmente, però, la maggior parte degli italiani e delle italiane aveva già dovuto fare i conti con altre “schede” per la sopravvivenza quotidiana: la tessera annonaria era il documento materiale della guerra e della privazione, spesso affidata alla cura delle donne, mentre la tessera elettorale sarebbe diventata il segno di quella nuova cittadinanza conquistata. Da qui inizia uno sforzo di immaginazione perché se è facile leggere a posteriori la storia repubblicana più difficile è provare a guardare quel passaggio con gli occhi delle donne. Per cogliere la portata di quel voto bisogna allora calarsi nelle vite quotidiane: nelle tessere annonarie, nelle file per il carbone, nelle parole che narravano fame, attesa e sacrificio.
Per comprendere il pensiero del 1946 è necessario tornare alle immagini che il fascismo aveva instillato nelle coscienze. La galleria degli orrori ideologici è eloquente: personaggi pubblici come Nicola Pende, Giovanni Gentile e Ferdinando Loffredo produssero testi che naturalizzavano la subordinazione femminile, costruendo una gerarchia presentata come “naturale” e “necessaria”. Da qui deriva quel dispositivo culturale che fece coincidere la figura femminile con “l’angelo del focolare” uno stereotipo potente. Il richiamo è all’invito di Virginia Woolf a “uccidere l’angelo della casa”. Eppure, la storia non è monolitica. Negli anni Venti molte donne accolsero inizialmente il fascismo come possibile via di riconoscimento: l’XI Congresso dell’IAW a Roma nel 1923 segnala un clima ambivalente, è Mussolini stesso a suggerire una possibile apertura del diritto di voto femminile nelle elezioni amministrative.
Presto però il regime trasformò il consenso femminile in strumento di controllo e propaganda: Piccole Italiane, Fasci Femminili, ONMI e altre strutture ridisegnarono la partecipazione in termini di obbedienza. I numeri parlano chiaro: quasi 800mila iscritte ai Fasci Femminili nel 1939; oltre tre milioni di donne coinvolte nelle varie sezioni della mobilitazione entro il 1940, con sezioni di Operaie e Lavoranti a Domicilio (SOLD) e Massaie Rurali (MR) che spingevano la presenza femminile in una cornice disciplinata. La donna divenne così non solo un metaforico “angelo del focolare”, ma vera e propria macchina della patria: corpo, ventre e muscoli al servizio di un progetto imperiale che prevedeva persino la regolazione delle migrazioni nelle colonie per evitare il “meticciato”. Era una biopolitica esplicita: la femminilità fu strumentalizzata alla strategia dello Stato fascista.
Come si compie allora quel salto, apparentemente breve, verso il 1946? La risposta è certamente legata ai disastrosi esiti interni della guerra, alla crisi ideologica del regime e in quel processo di formazione della Resistenza. Qui nascono i Gruppi di Difesa della Donna (GDD), ritroviamo le donne protagoniste delle formazioni partigiane, negli scioperi delle fabbriche e all’interno dei comitati di agitazione. Questa esperienza si traduce poi in risultati pubblici concreti: 21 donne elette all’Assemblea costituente, sindache, assessore, dirigenti locali. Un Olimpo raggiunto da alcune, ma costruito dal lavoro di milioni di altre: la donna casalinga, contadina, operaia, impiegata, commerciante resta il soggetto centrale che la storia non può ignorare.
Immaginiamo, per ora solo virtualmente, un Museo delle donne a Milano: non solo esposizioni di oggetti o articoli, ma stanze di voci, fotografie e strumenti che raccontano percorsi di vita. Quel museo dovrebbe partire da una fotografia capace di concentrare una storia intera in un solo dettaglio. È la foto di Anna Iberti che sorride, non una “ragazza” anonima, ma una donna con nome, professione e biografia. Spersonalizzare quel volto in “la ragazza del voto” significa cancellare una storia che merita riconoscimento.
Anna Iberti (1922–1997) è milanese, diplomata alle magistrali, insegnò brevemente e poi lavorò come impiegata amministrativa all’Avanti!, il quotidiano socialista. Fu elettrice, lavoratrice e cittadina: nel suo sorriso si legge la presenza concreta di chi, con la tessera elettorale in tasca e la vita quotidiana da ricostruire, entrò nella storia con un gesto semplice e insieme rivoluzionario. Il suo volto, immortalato da Federico Patellani, divenne simbolo della nuova Italia; testimonia la distanza tra la retorica e la realtà: non un’icona astratta, ma una donna di lavoro e di impegno quotidiano. È curioso che la sua storia sia rimasta in ombra fino a tempi recenti: solo nel 2016 la figura di Anna tornò a essere pienamente raccontata e documentata, mentre la fotografia continuava a girare come emblema. Oggi quella pellicola è conservata a Cinisello Balsamo.
Un Museo delle donne dovrebbe allora iniziare da una fotografia e proseguire con le storie. A partire da lei si raccontano professioni, percorsi politici, quotidiani di cura e di lavoro che formarono il corpo femminile della Repubblica. E se Milano non ha ancora un museo simile, forse è proprio il tempo di immaginarne uno: perché la memoria visiva non dimentichi le donne che davvero hanno fatto la Repubblica.
In questo museo non si celebrerebbe soltanto l’Olimpo delle pioniere, ma gli strumenti, le scarpe rotte e le storie delle donne che hanno contribuito a costruire il Paese. Terrei come introduzione i riferimenti alle grandi trasformazioni giuridiche della seconda metà dell’Ottocento e alle prime battaglie per i diritti femminili: dal vergognoso Codice Pisanelli alle azioni e al pensiero di figure come Lidia Poët, Anna Maria Mozzoni e Anna Kuliscioff, che aprono una frattura importante nel modello tradizionale di cittadinanza. Il vero punto di svolta narrativo, tuttavia, dopo la Prima Guerra Mondiale, il momento in cui il regime fascista irregimenta queste istanze di emancipazione costruendo un sistema di istituzioni, norme e ritualità pubbliche volto a ricondurre la donna principalmente alla funzione di madre e custode della famiglia.
L’Opera Nazionale Maternità e Infanzia (ONMI), la Giornata della Madre e del Fanciullo (1933), i premi per le «madri prolifiche», le leggi del 1933 e del 1934 che ridussero l’accesso femminile a numerosi impieghi pubblici e, infine, il Regio Decreto n. 898 del 1939 che individuò per legge le mansioni ritenute «particolarmente adatte» alle donne. Dattilografe, stenografe, telefoniste, cassiere, addette alla vendita o alla moda: non soltanto lavori consentiti, ma un vero e proprio modello di femminilità professionale imposto dall’alto. La scuola contribuiva a formare questa identità attraverso l’insegnamento dei lavori femminili, dai lavori donneschi alla puericultura, orientando le ragazze verso funzioni di cura e servizio. Il Codice civile del 1942 consolidò poi sul piano giuridico la famiglia gerarchica e il potere maritale, simbolo di una cittadinanza femminile incompiuta destinata a essere superata solo con la riforma del diritto di famiglia del 1975.
Leggere la storia delle donne degli anni Trenta non è guardare un film dove le protagoniste appaiono sfocate: è rimettere a fuoco centralità negate. Il nostro Museo sceglie il lavoro come lente. In Cascina Linterno, esiste già un Piccolo Museo della Fatica, quanto di più simile a un Museo del Lavoro nel nostro territorio. Qui troviamo Elvira Bossi, mondina d’ortaglia, con le sue scarpe impregnate di fango, la suola rattoppata, l’orma del piede ancora percettibile. Di lei sappiamo poco; eppure, il suo zoccolo racconta più di molti archivi: parla di ore chine, di schiene piegate, di sfruttamento non normato che unì mondo agricolo e industriale.
Dal mondo rurale contadino ai reparti in via Washington, la fabbrica, come la Fratelli Borletti (ma potrei citare la De Angeli Frua, l’Isotta Fraschini e le tante filande diffuse) è scuola di fatica, ma anche di formazione: migliaia di donne imparano il ritmo della catena, escono dalla casa, misurano il loro valore nell’economia dello Stato. Non è ancora emancipazione piena, ma è un passo verso la socializzazione della condizione della donna. Il punto di svolta è la scintilla: lo sciopero. Già nel marzo 1943, da Torino e poi Milano, le donne animano e organizzano agitazioni; molte vengono segnalate alla polizia politica. Il fascismo, alle prese con una società in rivolta, mostra la sua impreparazione.
Da quei gesti nascono intrecci che la storiografia chiamerà Resistenza, non solo una “zona grigia” di Defeliciana memoria. Le donne non sono solo staffette o infermiere: raccolgono finanziamenti, occultano, ricuciono cadaveri, stampano e distribuiscono fogli clandestini, subiscono violenze e deportazioni, lavorano per il Reich in condizioni di schiavitù. È proprio nei ruoli marginali imposti dal regime che molte trovano i mezzi per resistere: la cura diventa azione politica, la casa rifugio diventa centro di occultamento e organizzazione. Qui, nel 1944, nasce quel foglio straordinario chiamato Noi Donne.
L’eredità è evidente: nella Liberazione le donne conquistano spazi pubblici prima riservati agli uomini. Nei CLN salgono a rappresentare la vita amministrativa e ricostruiscono la rete civica grazie all’Unione Donne Italiane (UDI) e ad altre associazioni come il Centro Italiano Femminile (CIF); alcune raggiungono livelli dirigenziali: sindache, assessore, deputate nell’Assemblea Costituente. La storia che conta è però anche di quelle donne quotidiane, ovvero di quella della massa invisibile fatta di operaie, contadine, insegnanti, massaie che resistettero e ricostruirono.
Con l’Assemblea Costituente si chiude un ciclo e se ne apre un altro. Le donne, tenute per decenni ai margini della vita pubblica, iniziano ad avere visibilità, rappresentanza e parole istituzionali; ma il 1946 non è né inizio né fine isolati: è il punto spartiacque di un lungo percorso fatto di esclusione, lavoro senza tutele, resistenza, rivendicazioni quotidiane. Le ventuno elette alla Costituente incarnano esperienze e pratiche già presenti nel “paese reale”.
Per questo la Costituzione può essere letta, oltre che come bussola dell’antifascismo, anche come testo delle conquiste femminili: non solo perché scritto anche da donne, ma perché molte delle sue formule essenziali quali parità, dignità, lavoro, famiglia, cittadinanza, pace raccolgono istanze e battaglie portate avanti proprio dalle madri costituenti. Teresa Mattei, Lina Merlin, Nilde Iotti, Teresa Noce, Angela Maria Guidi, Maria Federici rappresentano sensibilità diverse ma condividono un’intuizione: una democrazia non è tale se metà del popolo resta subordinata.
L’articolo 3 è la cifra di questa svolta: affermare uguaglianza e pari dignità sociale senza distinzione di sesso non è solo scelta giuridica, ma rovesciamento di un ordine secolare. Trasforma la donna da figura dipendente a soggetto pieno di diritti; non è ornamento retorico, ma fondamento costituzionale. Allo stesso tempo l’articolo 11, che ripudia la guerra, inscrive nella Carta una lezione etica e politica emersa dall’esperienza di donne colpite dalla violenza del conflitto come madri, lavoratrici, deportate.
L’articolo 29 riorienta la famiglia: non la distrugge, ma la libera dalla gerarchia patriarcale, disponendo il matrimonio sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi: una rivoluzione rispetto al codice civile del 1942. L’articolo 31 sposta la maternità dal piano della retorica a quello della tutela sociale, mentre l’articolo 37 riconosce il lavoro femminile come pari e meritevole di identica retribuzione. Gli articoli sul diritto di voto (48) e sull’accesso alle funzioni pubbliche (51) completano il disegno: voto e accesso alle cariche non sono concessioni isolate, ma segnali che la cittadinanza femminile è parte strutturale della Repubblica.
Tra principio e realtà rimane però una distanza: la Costituzione deve essere attuata. Sono servite leggi, lotte e tempi lunghi. Le prime traduzioni concrete arrivano subito: la legge n. 860/1950 sulla tutela delle lavoratrici madri, promossa anche da Teresa Noce, è un primo passo che traduce in diritti la tutela della maternità. La grande riforma del diritto di famiglia del 1975 pone fine al primato giuridico del marito, rendendo piena l’eguaglianza coniugale sancita dall’art. 29. La legge n. 903/1977 sulla parità di trattamento nel lavoro attua l’art. 37, vietando discriminazioni di sesso in accesso, retribuzione e carriera.
Questa evoluzione dimostra che la storia delle donne nel Novecento è un elemento sistemico della storia nazionale. Il voto del 2 e 3 giugno 1946, l’ingresso delle donne nell’Assemblea Costituente, il riconoscimento delle tutele del lavoro femminile, la riforma del diritto di famiglia e la conquista della piena parità giuridica sono tappe di una stessa trasformazione che ha profondamente cambiato il volto della Repubblica. Dal Museo che abbiamo appena visitato si dovrebbe uscire con la consapevolezza che la democrazia italiana è stata costruita anche dalla fatica e dall’impegno delle donne, nei campi, nelle fabbriche, negli uffici, nelle scuole e nelle reti della solidarietà che hanno attraversato il Paese. Attraverso la Resistenza al nazifascismo e al patriarcato e il primo voto libero del 1946, quella esperienza è entrata nelle istituzioni, contribuendo a definire i principi su cui ancora oggi si fonda la nostra convivenza civile.
Questo articolo nasce da un mio intervento tenuto l’8 giugno 2026 nell’ambito delle celebrazioni per l’80° anniversario della nascita della Repubblica Italiana, organizzate dall’associazione ReAgire – Insieme si può, con il patrocinio del Municipio 7 del Comune di Milano presso la Sala degli Olivetani in via Anselmo da Baggio.