Se stai leggendo queste righe significa che le nostre strade si sono incrociate. Se ti è capitato di ascoltare una mia conferenza, di partecipare a un mio laboratorio, di camminare insieme durante un gioco urbano, allora mettiti comodo: in questa storia ci sei anche tu!

Oggi non vi porto ad esplorare eventi lontani nel tempo o nello spazio; la prospettiva, stavolta, è incredibilmente vicina. È quella di un anniversario personale che, nell’intreccio con un decennio di trasformazioni globali, finisce per raccontare un’esperienza collettiva. Era il 25 luglio 2016, un lunedì di dieci anni fa. Erano trascorsi pochi giorni dal conseguimento del Master in Public History presso l’Università di Modena quando decisi, attraverso l’apertura di una partita IVA, di diventare un Public Historian. Trovare il codice AtEco adatto si rivelò un’impresa ardua, a testimonianza di quanto fosse difficile essere inquadrati, e quindi riconosciuti, negli standard professionali italiani.

Ricerca e sviluppo sperimentale nel campo delle scienze sociali e umanistiche: questo è il mio lavoro, visto dall’Agenzia delle Entrate. Volevo esercitare una professione che, in Italia, era ancora quasi del tutto sconosciuta. Mi muoveva la convinzione che la conoscenza storica dovesse uscire dallo steccato specialistico e dialogare con il suo produttore, ovvero la società, diventando uno strumento per esplorare la complessità e le contraddizioni del presente, spezzare l’isolamento sociale e formare un pensiero critico collettivo.

Alla fine del Master, il traguardo e l’esperienza a cui devo maggiormente la mia crescita è stato contribuire insieme ad un gruppo di colleghe e colleghi, nel 2017, alla fondazione di PopHistory. Questa realtà è nata come una “casa” professionale: uno spazio di orientamento e tutela per chi si trovava a misurarsi con le sfide di un mestiere ancora privo di un perimetro definito. In questi anni è diventata un punto di riferimento, che ha accompagnato la nascita e il consolidamento di nuove posizioni professionali e di partite IVA autonome nate da quella stessa scommessa iniziale.

Dieci anni, nel tempo della storia, sono un soffio. Eppure, raramente un decennio ha condensato cambiamenti così epocali. Una pandemia ha ridefinito il nostro modo di vivere spazi e relazioni; la guerra, con il suo vocabolario, è tornata nel cuore dell’Europa e le tragedie in Medio Oriente continuano a scuotere le coscienze, mentre l’ordine geopolitico si frammenta e il Mediterraneo, da ponte di culture, si cementifica come confine. Parallelamente, le Intelligenze Artificiali, nel 2016 nicchie per specialisti, sono entrate nella quotidianità di milioni di persone, rivoluzionando il lavoro, la democrazia e la conoscenza, ma ponendo anche urgenti interrogativi etici e ambientali. In un mondo così profondamente trasformato questa ricorrenza simbolica supera la dimensione individuale e diventa l’occasione per riflettere sul ruolo sociale che la Public History riveste per le nostre comunità.

In questi dieci anni ho avuto il privilegio di collaborare con quasi cinquanta realtà differenti: scuole, università, archivi, biblioteche, associazioni, istituti storici, musei, cooperative sociali, parrocchie, amministrazioni pubbliche, fondazioni, imprese culturali, produzioni audiovisive ed enti del Terzo Settore, fino a singoli cittadini. Ognuno di loro ha scelto, attraverso le mie competenze, di investire nella storia non per nostalgia, ma per cercare nuove chiavi di lettura e nuovi punti di vista, scoprendo che la dimensione storica può diventare anche uno spazio di crescita relazionale.

Nelle mie attività capita spesso che venga immeritatamente paragonato a un Alberto Angela o a un Alessandro Barbero “locale”. Pur nel massimo rispetto per il giornalismo culturale e la divulgazione scientifica, ci tengo sempre a fare un chiarimento essenziale: la finalità della Public History non è puramente divulgativa. Sarebbe un errore considerarla semplicemente come una storia “ben raccontata”. La Public History deve essere, prima di tutto, una storia coinvolgente, nel senso più profondo del termine: non un ascolto passivo, ma una chiamata all’azione, in cui il pubblico diventa co-protagonista e co-autore della ricerca e custode attivo delle fonti del proprio passato.

Ogni progetto è stato diverso per focus, durata e supporti: una ricerca d’archivio, un gioco urbano, un laboratorio scolastico, una mostra, un documentario, una conferenza, una consulenza scientifica, un catalogo, un percorso partecipativo. Eppure, in ciascuno di essi, la domanda che mi sono posto è sempre stata la stessa: come posso trasformare la storia oggetto delle mie ricerche in un elemento di coesione e di condivisione per una comunità?

La Public History, pur basandosi su responsabilità individuali, non si esercita mai in isolamento: vive immersa nel costante confronto disciplinare. Si tratta di un dialogo scientifico che in Italia ha trovato una rete nell’Associazione Italiana di Public History (AIPH), che ha permesso di condividere innovativi spunti metodologici. Tale professione si configura come un ponte interdisciplinare capace di mettere in dialogo le competenze storiche con i saperi e i linguaggi della conservazione, della comunicazione, del digitale, delle nuove tecnologie e della progettazione territoriale. Un’intersezione professionale che si traduce in un insieme di pratiche radicate nell’etica della disciplina, che mi hanno portato in questo decennio a non lavorare mai “per” la storia, ma sempre “con” la storia: ovvero con persone e comunità che la considerano uno strumento per affrontare quesiti valoriali e bisogni concreti, dal consolidamento della memoria di un quartiere alla trasmissione intergenerazionale di valori, fino al recupero del senso di un luogo e alla valorizzazione del suo patrimonio materiale o immateriale.

 In tante occasioni pubbliche, per spiegare cosa sia la Public History, mi è capitato di affidarmi alle parole di De Gregori nella sua La storia siamo noi. In quel «siamo noi padri e figli» c’è tutto il senso profondo della trasmissione intergenerazionale, del passaggio di testimone che è alla base del nostro lavoro. E in quel «piatto di grano» ritrovo l’idea stessa della Public History: non un monumento a un’identità escludente, ma una semina di gesti e storie umili, quotidiane e per questo necessarie, che crescono insieme per nutrire la coscienza civile di una comunità e mantenerne vivi i valori democratici.

Anche la geografia di questo decennio di collaborazioni riflette questa visione. La maggior parte è nata a Milano, la città in cui vivo e che resta il mio principale laboratorio di ricerca. Da qui, tuttavia, il lavoro si è esteso ad altre province italiane (tra Lombardia, Piemonte ed Emilia-Romagna) fino al Trentino e all’Umbria. Due le collaborazioni con l’estero: la Biblioteca Cantonale di Lugano e un Centro di produzione audiovisiva a Parigi. È la conferma che le storie locali hanno la capacità, e la responsabilità, di connettersi a un quadro internazionale, inserendosi in una rete di esperienze globali che diventano quotidiane.

C’è un’ulteriore complessità, che accomuna la galassia delle partite IVA forfettarie in Italia, specie chi cerca di vivere unicamente del proprio lavoro autonomo. Aprire una partita IVA nel settore culturale significa convivere con un’incertezza strutturale: si è esposti alla mancanza di tutele contrattuali, all’assenza di ammortizzatori sociali sostanziali e, troppo spesso, alla prassi di pagamenti dilazionati o in ritardo, che mette a rischio la sostenibilità quotidiana. Significa anche trovarsi in balia dei tempi della burocrazia e degli umori dei committenti, alternando picchi di lavoro frenetici a mesi di stasi forzata, senza paracadute. In Italia, fare il libero professionista in ambito culturale richiede ancora di dover giustificare il valore economico e sociale della propria competenza, prima ancora di poterla esercitare.

Ho sempre cercato di evitare la parola identità, poiché il suo uso recente è spesso coinciso con pratiche escludenti di appropriazione, rivendicazione e chiusura verso l’altro. Allo stesso modo, ho sempre evitato il termine periferia: questa concezione indistinta di uno spazio urbano finisce per ostacolare la comprensione di quei processi storici che restituiscono dinamismo e centralità alle persone e alle loro organizzazioni. In un ragionamento urbano preferisco parlare di marginalità e subalternità, così come di appropriazione o condivisione.

Se oggi, a dieci anni di distanza, dovessi trarre un bilancio direi che la Public History è stata per me un’infrastruttura civile e un servizio educativo essenziale per evidenziare le fratture e mostrare le complessità del nostro tempo. Attraverso una fitta rete di collaborazioni, il lavoro si è fatto prassi concreta, intersecando direttamente cinque questioni epocali del dibattito contemporaneo.

1. Vigilanza democratica e antifascismo militante (Esempi di collaborazioni: Sezioni dell’ANPI, Rete degli Istituti Storici Milano/Modena/Bologna, PopHistory ETS). In un’epoca di polarizzazione del pensiero e revisionismi in ogni ambito, la richiesta di storia è, innanzitutto, una richiesta di posizionamento democratico. Curare la memoria del Novecento, dall’antifascismo alla Resistenza fino ai valori civili fondativi, non è una celebrazione rituale, ma un’operazione di alfabetizzazione istituzionale e costituzionale volta ad alimentare un linguaggio e pratiche concrete di pace. Significa fornire alla comunità gli anticorpi critici necessari per contrastare gli estremismi e la disinformazione nel presente.

2. Storia di genere e decostruzione del canone patriarcale (Esempi di collaborazioni: Archivio Rachele Bianchi, Pio Istituto di Maternità, Associazionismo locale, Comuni e municipi). La costante collaborazione con realtà legate alla storia delle donne e dei movimenti femminili risponde a un’urgenza politica cruciale: contrastare l’invisibilità storica per legittimare lo spazio politico e sociale di oggi. Far emergere rivendicazioni, biografie sommerse e conflitti del passato significa decostruire narrazioni escludenti e offrire genealogie di diritti a una società che ancora fatica a raggiungere una necessaria parità reale.

3. Urbanistica culturale e diritto alla città (Esempi di collaborazioni: Archivio Cabella Calcaterra, Amici Cascina Linterno, Parrocchie di Baggio e Trenno, Rete Non Riservato, Spazio Teatro 89, ShareRadio). Nelle metropoli frammentate e travolte dalla marginalizzazione del ceto medio e dall’invisibilità delle subalternità, la perdita della memoria locale coincide spesso con l’erosione della coesione sociale. Intervenire storicamente sulle architetture del mondo rurale, sulle marginalità e sugli spazi ibridi, significa fare urbanistica culturale: usare la storia come pratica arricchente e collante sociale per sottrarre i quartieri alla logica dei “non-luoghi”, contrastare l’isolamento e restituire ai cittadini il diritto di abitare e costruire il proprio spazio pubblico.

4. Welfare culturale e cura delle fragilità (Esempi di collaborazioni: Archivio Storico Golgi Redaelli, Compagnie Malviste, Alzheimer Fest ed. Levico Terme, ReAgire APS). In una società che invecchia e sperimenta nuove marginalità, la storia diventa uno strumento di salute pubblica e welfare generativo. Attraverso laboratori di memoria e approcci autobiografici in spazi multifunzionali e cooperative sociali, la Public History può contrastare l’isolamento e la solitudine degli anziani e delle fasce più fragili, offrendo una reale terapia sociale. Parallelamente, questo metodo si rivela un supporto concreto anche per chi affronta dei traumi, come quello della perdita del lavoro e la difficile sfida del reinserimento professionale in età adulta: ricostruire narrativamente la propria storia lavorativa aiuta a rigenerare l’autostima e a rimettere a fuoco le competenze, restituendo centralità a chi rischia l’esclusione dal mercato e l’invisibilità sociale.

5. Pedagogia civica e cittadinanza globale (Esempi di collaborazioni: Istituti scolastici, Istituti accademici e scientifici, Centri di studio e produzione audiovisiva). Di fronte alla crisi delle istituzioni educative tradizionali, al sovraccarico informativo legato alle piattaforme social e alla proliferazione di contenuti distorti o generati artificialmente, la Public History agisce come leva pedagogica oltre i confini delle aule. Traduce il rigore della ricerca scientifica in didattica sul territorio, installazioni e narrazioni trans-regionali e trans-nazionali rispondendo a una precisa missione politica: formare generazioni di cittadini critici, consapevoli e attivi, capaci di decostruire la disinformazione per costruire una propria elaborazione della complessità globale.

Questo bilancio decennale, diviso in cinque punti, dimostra che il Public Historian non può limitarsi a essere un erudito neutrale o un mero fornitore di contenuti, ma deve assumere il ruolo di operatore pubblico del presente, capace di agire nelle fratture e nelle zone d’ombra della società reale: dove emerge una crisi urbana, restituendo memoria ai luoghi; dove si produce marginalizzazione, riportando alla luce storie di riscatto; dove i valori democratici vengono messi in discussione, riattualizzando i principi fondativi della convivenza civile.

Questa è una forma di azione politica che si misura, senza formule magiche, con le contraddizioni più profonde del nostro tempo. Viviamo in un’epoca in cui l’informazione si fa sempre più effimera, la post-verità tende a istituzionalizzarsi e le opinioni pretendono di sostituire i fatti. In questo scenario, la costruzione e la difesa di una memoria condivisa, per quanto frammentata, diventa uno dei principali terreni di confronto del presente. Si tratta di un bisogno collettivo che non crescerà spontaneamente, ma che dovrà essere continuamente conquistato e difeso. Dopo dieci anni di esperienza, il patrimonio più prezioso maturato non è stato quello economico, bensì quello umano: una rete di relazioni, fiducia e comunità che conferma come la storia non debba mai ridursi a un lusso incomprensibile riservato a pochi, ma restare un servizio civile popolare e uno strumento di appropriazione consapevole del passato e di emancipazione collettiva. SI PUÒ FARE! Avrebbe urlato un febbrile Victor Frankenstein, assistendo al primo, miracoloso respiro della sua creatura…