Non è un “cimitero inglese”, come spesso viene chiamato. O, almeno, non solo. Nel cuore verde di Trenno, a pochi passi da San Siro, c’è un luogo che è ancora poco conosciuto: il Milan War Cemetery. Qui riposano soldati del Commonwealth e di altri paesi alleati, caduti nella Campagna di Liberazione del Mediterraneo e dell’Italia dal nazifascismo durante la Seconda Guerra Mondiale. Per entrare bisogna quasi cercarlo: un cancelletto su via Cascina Bellaria nel cuore del Parco Aldo Aniasi, poi il silenzio, la siepe di carpini, l’erba curata, le querce che oggi proteggono l’ordine del luogo.
La gestione è affidata alla Commonwealth War Graves Commission, l’ente internazionale che cura in modo permanente la manutenzione. La Commissione lavora con le amministrazioni locali, controlla lo stato dei siti, verifica incisioni e manutenzione, e garantisce che le tombe restino conservate “per sempre”, senza oneri per le famiglie. È un sistema rigoroso, pensato per fare della memoria un impegno concreto e continuativo.
All’ingresso si incontra subito la Croce del Sacrificio, uno dei simboli più riconoscibili dei cimiteri militari del Commonwealth, presente in tutti i memoriali che accolgono più di 40 sepolture. Le lapidi sono tutte uguali, in pietra bianca di Portland, disposte in sei gruppi regolari per oltre quattrocento soldati. L’uniformità non è un dettaglio estetico, ma una scelta precisa: evitare gerarchie visive. Alcuni spazi restano volutamente vuoti, altre lapidi sono affiancate per mantenere il legame tra uomini dello stesso equipaggio o della stessa unità.
Tra le tombe, 27 recano la formula “KNOWN UNTO GOD”, scelta da Rudyard Kipling per i militari non identificati. Tra queste si trovano i caduti della tragedia della Galisia, nel Canavese, dove nel novembre 1944 morirono militari britannici evasi e partigiani italiani che tentavano il passaggio verso la Francia liberata.
Sul fondo del cimitero, una piccola cappella raccoglie il registro delle firme e alcune schede storiche. È lì che il luogo si collega al quadro più ampio della Campagna d’Italia, iniziata con l’Operazione Husky, lo sbarco in Sicilia del luglio 1943. Il cimitero stesso ha una storia legata all’immediato dopoguerra: già il 28 ottobre 1946 il Corriere della Sera parlava di un “nuovo cimitero dei militari inglesi ai Boschetti di Trenno”.
La sistemazione attuale fu completata tra il 1952 e il 1953 da Louis de Soissons, architetto britannico che progettò molti altri cimiteri del Commonwealth. Oggi qui riposano 417 caduti e 4 militari di altre nazioni in servizio con l’esercito britannico; le salme furono raccolte da numerose località del Nord Italia e trasferite qui dopo la guerra. Il più grande cimitero del Commonwealth in Italia è quello di Cassino, con oltre quattromila sepolture (10 volte questo!).
Le lapidi aiutano a leggere il cimitero anche come una cronologia del conflitto. Il primo caduto, per data di morte, è Kenneth Hesketh Higson (fila 1E), morto nell’agosto 1940; l’ultimo è George James Mathieson (fila 3A), deceduto nel giugno del 1946, a guerra finita da mesi. Anche le età raccontano la misura umana della guerra: si va dai 18 anni di Reginald George William Goff (fila 5A) ai 49 anni di Ailwyn Herbert Clarke (fila 4D). La maggioranza assoluta è britannica, ma non mancano sudafricani (il secondo gruppo nazionale con 39 caduti), australiani, neozelandesi, canadesi, un indiano e un soldato dell’Africa orientale (molto probabilmente dall’Uganda). Una sola appartiene a una donna, Margaret Helen Fielden (fila 1C), fisioterapista volontaria nel 64th British General Hospital, morta a Milano nel settembre 1945 dopo aver servito tra Africa e Italia.
Tra le sepolture più curiose ci sono anche quattro caduti non appartenenti al Commonwealth, morti nella missione Silica North l’11 settembre 1944: due italiani, Guido Voglino e Rodolfo Marchiori (fila 6C), e due cecoslovacchi, Nocar Bohuslav e Rudolf Hrubec (fila 6C). Le loro lapidi hanno una geometria diversa, a segnare una condizione amministrativa distinta, ma dentro lo stesso spazio commemorativo. La missione, condotta in cooperazione con i servizi alleati, prevedeva rifornimenti ai partigiani tra Piemonte e Valle d’Aosta; l’Halifax su cui viaggiavano precipitò sul Monte Cavallaria, probabilmente per il maltempo.
Anche la gerarchia militare è leggibile nelle lapidi. La gran parte dei caduti appartiene alla truppa di base, con gradi diversi a seconda delle armi: fucilieri, genieri, artiglieri, segnalatori, autisti, meccanici della RAF. Accanto a loro compaiono sottufficiali, sergenti e marescialli, e una minoranza di ufficiali. Tra questi ultimi emerge una figura particolare: il Reverendo D.B. Elliott (fila 1E), cappellano di 4ª classe, morto nel 1943. La sua presenza richiama un aspetto meno visibile ma costante della vita militare: l’assistenza spirituale ai soldati, parte integrante del sostegno morale nelle forze armate.
Si distinguono infine tre ufficiali superiori, che rappresentano i livelli più alti della gerarchia presenti qui a Trenno. Questi sono Maurice Pagella (fila 1C), maggiore deceduto nel settembre 1945, impegnato in funzioni di comando o di staff a livello intermedio, legate alla gestione operativa di reparti o settori; Francis Bain (fila 6E), comandante di ala della RAF, morto con il proprio equipaggio in un bombardamento sul Nord Italia; e Ailwyn Herbert Clarke (fila 4D), già menzionato come il più anziano è il profilo più articolato, tenente colonnello medico del Royal Army Medical Corps, veterano della Prima guerra mondiale, morto prigioniero in Italia nel 1942 [foto sotto]. Non trovano qui sepoltura ufficiali generali: la catena di comando si arresta ai gradi intermedi e superiori, restituendo così un quadro significativo ma non completo della leadership militare alleata.
Questo percorso può chiudersi tornando alla data che, più di altre, riassume il significato storico di luoghi come questo. L’8 maggio, o il 9 maggio nei paesi dell’ex Unione Sovietica, segna la fine della guerra in Europa e la vittoria sul nazifascismo. Una doppia scansione temporale che, nel tempo, è diventata simbolo di una memoria condivisa, oggi richiamata anche nelle celebrazioni dell’Unione Europea come momento fondativo di un percorso di integrazione, cooperazione e pace.
Non è però una storia integralmente sovrapponibile a quella della Resistenza italiana, né va confusa con le sue date più significative, a partire dal 25 aprile (nella cui ricorrenza vi suggeriamo di far visita al Campo 64 del Cimitero Maggiore di Milano). Fu quella giornata a restituire all’Italia una credibilità politica dopo la caduta del fascismo e a conferire una dignità civile e nazionale a un’esperienza di liberazione insieme popolare e militare. La Resistenza sostenne l’avanzata degli Alleati, ma seppe anche costruire un proprio spazio di iniziativa, sviluppando una peculiare identità politica, sociale e morale. Da quell’esperienza nacquero culture civiche, classi dirigenti e principi destinati a trovare espressione nella Costituzione e nelle istituzioni della Repubblica.
Mi colpisce: “… Una sola appartiene a una donna, Margaret Helen Fielden (fila 1C), fisioterapista volontaria nel 64th British General Hospital, morta a Milano nel settembre 1945 dopo aver servito tra Africa e Italia”…