UNA PIPA – È l’autunno del 1944 e un uomo avanza tra i ghiacci delle Alpi, varcando clandestinamente il Monte Bianco e la Valle d’Aosta per rientrare dalla Francia verso una Milano occupata dal nazifascismo. Proprio durante quell’audace viaggio di ritorno prende forma un mito: una guida francese gli regala una pipa, un ufficiale inglese gli offre il tabacco e, da quel momento, Sandro Pertini non se ne separerà più. Per l’avvocato ligure, tuttavia, la metropoli lombarda fu molto più del teatro finale dell’Insurrezione. Milano fu il laboratorio più vivo del socialismo italiano, destinato nel dopoguerra a farsi capitale del socialismo municipale. A centotrent’anni dalla sua nascita e a un secolo dal suo primo arrivo all’ombra della Madonnina, ripercorrere questo intreccio significa celebrare una simbiosi diventata un simbolo della nostra storia.
SESSANT’ANNI – Sandro Pertini entra per la prima volta a Milano esattamente cento anni fa, nell’autunno del 1926: ha trent’anni ed è un giovane avvocato socialista in fuga, braccato dal fascismo. L’ultima sua visita risale al 1984, di anni ne ha ottantotto, è il Presidente della Repubblica più amato e la nostra città gli tributa un lungo e caloroso applauso al Teatro alla Scala. In mezzo scorrono quasi sessant’anni di storia d’Italia, incisi nell’anima della metropoli lombarda. La Milano del 1926 non è quella insorta del 1945, così come la città che ritrova da Capo dello Stato ha ormai mutato pelle rispetto ai giorni della Liberazione. Tre stagioni differenti, tre Milano diverse che riflettono l’epopea di un’esistenza eccezionale e un legame politico simbiotico, viscerale e ancora presente. Una storia profonda che racchiude persino un inaspettato aneddoto intrecciato con il “nostro” Boscoincittà. Mettetevi comodi e buona lettura!
LA FUGA DI TURATI – Il suo primo arrivo a Milano, nell’autunno del 1926, ha il ritmo di un romanzo d’avventura. Sfuggito alla repressione fascista, dopo le violenze subite dagli squadristi e mentre si profilava per lui il rischio del confino, il trentenne Pertini trova riparo nella casa milanese di Carlo Rosselli. Poche settimane dopo, il 4 dicembre, sarà formalmente condannato a cinque anni di confino. È il suo battesimo nell’antifascismo clandestino organizzato, vissuto al fianco di uomini come Ferruccio Parri e dell’anziano Filippo Turati, maestro e ormai sorvegliato dalla polizia fascista. Proprio per sottrarre Turati alla repressione del regime, il gruppo prepara una fuga rocambolesca. Dopo averlo fatto uscire clandestinamente da Milano e averlo condotto verso la Liguria, nella notte dell’11 dicembre Pertini lo accompagna fino a Savona. Qui un motoscafo guidato da Italo Oxilia prende il largo verso la Corsica: dodici ore di navigazione, prima dell’approdo a Calvi e della libertà.
UN PIANO CONTRO MUSSOLINI – Dopo tre anni di esilio in Francia, nel marzo del 1929 Pertini rientra clandestinamente in Italia varcando la frontiera di Chiasso sotto la falsa identità del cittadino svizzero “Luigi Roncaglia”. La sua missione è riannodare la trama della cospirazione antifascista: a Milano fa squadra con l’ingegner Vincenzo Calace e concepisce un piano audace, colpire Mussolini penetrando nella rete fognaria sotto Palazzo Venezia a Roma. L’operazione sfuma solo dopo le verifiche condotte con Ernesto Rossi, che rivelano un sottosuolo ormai blindato e pattugliato dalla polizia segreta. Indomabile, Pertini prosegue la sua azione nell’ombra fino al 14 aprile quando, per le vie di Pisa, il destino gli sbarra la strada: riconosciuto casualmente da un avvocato fascista savonese, viene tratto in arresto e condannato dal Tribunale Speciale a undici anni di reclusione.
L’EPICENTRO DELLA RESISTENZA – Libero dal confino di Ventotene nell’agosto del 1943, Pertini corre a Roma per ricostruire le file del socialismo, ma l’occupazione nazista stringe d’assedio la capitale. Ad ottobre cade nella rete dei tedeschi insieme a Giuseppe Saragat: la condanna è spietata, la pena di morte. Il 24 gennaio 1944 si compie però una rocambolesca evasione dal carcere di Regina Coeli, orchestrata dai compagni della rete clandestina. Di nuovo libero, raggiunge Milano per prendere le redini della Giunta militare del CLNAI e guidare il PSIUP nel Settentrione occupato. Richiamato a Roma nel luglio ’44 da Pietro Nenni, durante il tragitto si ferma a Firenze, dove partecipa in prima linea ai combattimenti per la liberazione della città. Raggiunta la capitale, capisce che il cuore della lotta batte ancora al Nord: vola in Francia e affronta un’eroica traversata a piedi tra i ghiacci del Monte Bianco e della Val d’Aosta. È proprio durante quel gelido cammino clandestino nell’autunno del 1944 che impara ad affezionarsi alla pipa, il dettaglio inconfondibile destinato a diventare il suo marchio di fabbrica.
LA VOCE DELL’INSURREZIONE – Di nuovo a Milano, Pertini riprende il proprio posto al vertice della Resistenza. Il 29 marzo 1945 entra nel Comitato Esecutivo Insurrezionale al fianco di Luigi Longo e Leo Valiani, investito del compito di pianificare l’atto finale nell’Italia occupata. All’alba del 25 aprile, dall’Istituto Salesiano di via Copernico, il CLNAI proclama l’ordine di Insurrezione Generale e assume i pieni poteri civili e militari. Poche ore dopo, è la voce inflessibile di Pertini a risuonare dai microfoni di Radio Milano Libera per proclamare lo sciopero generale e lanciare lo storico perentorio ultimatum: «Ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire!». Nel pomeriggio, con la metropoli ormai insorta, si aprono all’Arcivescovado le trattative della resa con il cardinale Schuster. Pertini vi giunge a colloquio già avviato e, proprio lungo la scalinata del palazzo, incrocia Benito Mussolini: davanti a sé non trova più il Duce della propaganda, ma un uomo spettrale, pallido e sopraffatto dagli eventi. Mentre Mussolini abbandona la città in una fuga, Milano conquista la propria libertà. Nei giorni dell’entusiasmo, il comandante socialista diventa l’anima della festa popolare, trascinando le folle in un turbinio di comizi memorabili da Piazza Duomo all’Arco della Pace, fino alle grandiose celebrazioni del 6 maggio.
NON DIMENTICA MILANO – Nel dopoguerra la vita di Pertini si sposta prevalentemente a Roma, tra i banchi del Parlamento e i vertici del PSI, ma il cordone con Milano non si spezza. A mantenerlo saldo sono la politica e il giornalismo, in una città che per quasi mezzo secolo affida Palazzo Marino alle diverse anime del socialismo da Antonio Greppi fino ad Aldo Aniasi e Carlo Tognoli. Direttore dell’Avanti! in due riprese (1946–1947 e 1949–1951), Pertini fa spesso visita tra la capitale e la metropoli lombarda, partecipando ai grandi momenti civili della città, come la lezione sull’antifascismo al Teatro Lirico nel 1961 al fianco di Giorgio Amendola. Sono però soprattutto gli anniversari della Liberazione a richiamarlo sotto la Madonnina: nel 1965 riceve la benemerenza e la medaglia d’oro alla Scala per il ventennale, mentre nel ’71 e nel ’73 torna a infiammare una Piazza Duomo straripante. Da Presidente della Camera, alla vigilia del 25 aprile 1975, sceglie un palcoscenico simbolico parlando alle maestranze dell’Alfa Romeo di Arese. Fino al ritorno del 1977 quando, con la sua immancabile pipa, ripercorre i luoghi dell’Insurrezione davanti alle telecamere Rai di Gianni Bisiach per l’inchiesta Testimoni oculari: un viaggio a ritroso nella memoria di una Milano che restò per sempre la sua patria politica.
DA PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA – Nel 1978, l’elezione di Sandro Pertini al Quirinale apre l’ultima, intensissima stagione del suo legame con Milano. Il primo incrocio ha il sapore di un aneddoto: il 19 dicembre, a soli cinque mesi dall’insediamento, Milano entra direttamente nella saletta cinematografica del palazzo del Quirinale con la proiezione del documentario “Un bosco per Milano”, dedicato da Italia Nostra all’esperienza del BoscoInCittà. Pochissime settimane dopo, il 31 gennaio 1979, il Presidente vola nel capoluogo lombardo per l’ultimo e commosso saluto al giudice Emilio Alessandrini, strappato alla vita dal piombo del terrorismo. A dicembre torna alla Scala per l’inaugurazione della stagione lirica con il Boris Godunov: due istantanee che racchiudono la doppia anima della Milano di quegli anni, divisa tra la ferita della violenza politica e la spinta propulsiva del riscatto civile e ambientale. Il ritorno più carico di pathos si consuma nell’aprile del 1980 per il 35° Anniversario della Liberazione: trentacinque anni dopo i giorni dell’Insurrezione, l’antico Comandante torna nella sua capitale partigiana da supremo garante dello Stato, riabbracciando la città prima di concedersi una parentesi di arte e musica al Teatro alla Scala per le note dell’Otello di Verdi.
VISITE PRESIDENZIALI – Negli anni finali del mandato, le sue visite compongono il ritratto vivo e dinamico di una metropoli in trasformazione. Nel 1981 Pertini fa ritorno a Milano per i funerali del giudice Guido Galli, assassinato dal terrorismo, per l’ultimo saluto a Eugenio Montale e infine per ritrovare la magia della Scala con il Lohengrin. L’anno seguente la città si conferma tempio della memoria civile: il Presidente presenzia ai funerali dei padri dell’antifascismo Riccardo Bauer e Antonio Greppi, per poi presiedere il convegno internazionale su Filippo Turati, chiudendo idealmente quel cerchio aperto nel 1926 con la rocambolesca fuga in Corsica. Nel 1983 è il fascino dell’arte a richiamarlo, davanti ai disegni preparatori del Cenacolo di Leonardo. Nel 1984, ormai ottantottenne, il Capo dello Stato incontra l’anima produttiva della città: parla al convegno di Confindustria, inaugura la Fiera Campionaria e sceglie l’opera della Scala, con la Carmen, per la sua ultima presenza documentata nel dicembre di quell’anno. I numeri attestano la forza di questo legame: durante i sette anni al Quirinale, Milano è la città che Pertini visita più spesso (ben 17 volte), seconda soltanto a Firenze (18). A quasi sessant’anni da quel suo primo ingresso da clandestino braccato, la metropoli lombarda lo ha accompagnato in ogni metamorfosi della sua vita: rifugio nell’ombra, cuore pulsante dell’Insurrezione, fortezza della memoria e grande motore civile, culturale ed economico della Repubblica.
UNA MEMORIA SCOLPITA – A centotrent’anni dalla nascita, e a cento dal suo primo arrivo in città, la storia di Pertini continua a essere impressa nella memoria di Milano. A Baggio, nel quadrante occidentale, una grande arteria stradale porta il suo nome: via Sandro Pertini. Un nastro d’asfalto che sfocia direttamente in via Ferruccio Parri, quasi a ricucire nella mappa della città il destino di due compagni di lotta e di Resistenza. In piazza Croce Rossa, incastonato tra l’eleganza di via Manzoni e via dei Giardini, si erge il monumento-fontana firmato da Aldo Rossi. Un severo cubo in marmo di Candoglia, la stessa materia di cui è fatto il Duomo, aperto da una scalinata e solcato dal flusso continuo dell’acqua. Inaugurato il 1° maggio 1990, ad appena due mesi dalla sua morte, è stato il primo monumento a lui dedicato. Sta lì, piantato nel centro nevralgico della città, immerso nella fretta, nelle voci e nel cammino quotidiano di migliaia di persone.
OLTRE LA MEMORIA – Dalla fuga clandestina del 1926 alla guida dell’Insurrezione del 1945, fino alle diciassette visite ufficiali da Presidente della Repubblica, il legame tra Sandro Pertini e Milano racconta e racchiude l’anima stessa della metropoli lombarda e attraversa le sue metamorfosi. Pertini ha stretto con la città un patto simbiotico che ne incarna l’anima più profonda: quella socialista e antifascista. Ma racconta anche qualcosa di più: l’incontro tra un uomo che aveva fatto del socialismo democratico e dell’antifascismo le coordinate della propria vita e una città che, per gran parte del Novecento repubblicano, fu uno dei principali centri italiani di quella tradizione. Un’eredità che supera la semplice memoria del passato per rimanere una presenza viva e pulsante nel cuore e nell’orgoglio civile della metropoli più metropoli d’Italia.